Quattrocentocinquanta anni fa, forse nasceva William Shakespeare e siccome tutto è relativo, soprattutto il tempo, l'importante è scegliersi un giorno per festeggiare. E oggi potrebbe essere il quattrocentocinquantesimo compleanno di Shakespeare che, benché morto, quasi immortale lo è di sicuro, almeno per noi, per me. Io nella prepacked evacuation bag di Sheldon Cooper metterei il suo Amleto e molto altro su chiavina. Poi Shakespeare ha scritto per il teatro e questo me lo rende ancora più grande, immenso. In piedi, appoggiata al legno del palco del Globe Theatre ho vissuto momenti perfetti, consapevole della perfezione del momento, la felicità sentita.
La ricerca del momento ideale parte da lontano e presuppone spesso molta pazienza, ma in questo sono brava: mi muovo per tempo e so aspettare leggendo appunto Shakespeare. E quando dovevo scegliere dove accogliere la fiamma olimpica che passava lungo il Tamigi, d'istinto sono andata di fronte al Globe, il luogo ideale, speciale per un evento unico. Quando poi capolavori umani e ottimi attori sentono che è il momento per regalarsi Shakespeare, io sono certa che sia il momento esatto per regalarmi quello spettacolo. E lo sguardo di Jude alla fine della prima parte dell'Enrico V mi accompagnerà finché campo. Non mi andrà sempre bene, la statistica non è a mio favore, ma mi impegnerò più che posso, sempre. Mai mollare in questo ambito, sempre sperare, come mi ha insegnato la corsa apparentemente senza speranza, appena arrivata, e l'ora e mezza di fila nel 2009.
Non sempre si può avere ciò che si vuole e quindi oggi mi guardo un po' malinconica le foto della festa, molto molto molto lontana da qui. E mi leggo il Tito Andronico, aspettando maggio.
Varrebbe la pena vivere anche solo per poter leggere e vivere Shakespeare sul palco, non ho dubbi.
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mercoledì 23 aprile 2014
lunedì 1 novembre 2010
Falstaff e dintorni
Se anche il "Ny Times" ne scrive entusiasticamente in occasione della strasferta newyorchese, vuol dire che non sono matta ad essere uscita dal Globe rapita dal The merry wives of Windsor. Sarei capace di rivederlo anche dieci volte di seguito. In età della pensione, intenderei offrirmi volontaria come stewart in quel luogo sacro, sempre che mi reggano le ginocchia, visto che dovrei stare in piedi per l'intera rappresentazione. Tutto sommato, però, cadere e salutare nell'arena del Globe potrebbe essere un'eccellente dipartita.
La sceneggiatura è formidabile e gli attori di questa versione da Sarah Woodward fino all'ultimo dei piccoli riescono a inforndere al testo una forza esplosiva, magnetica che non ti lascia nemmeno a rapprensentazione terminata. E tu rimani lì con il teatro che si svuota a far fotografie (visto che finalmente puoi), a cercare di carpire e conservare una magia che, in quanto teatro, sarà viva solo nei ricordi.
Al contrario, ho trovato definiva conferma che Lavia non sia il mio regista. E' un attore e un interprete straordinario che permea della sua originalissima personalità tutte le sue produzioni di indubbio spessore, eppure non è il mio regista. Dopo il suo Macbeth, dopo il suo Malato immaginario, devo arrendermi all'evidenza. Rimane che in intervista-conferenza potrei ascoltarlo per ore, affascinata, stupita, rapita da ogni espressione, giro d'occhi, pausa o battuta, così presuntuosamente affascinante, giustamente arrogante.
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