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martedì 21 agosto 2012

Lisce o a costine purché colorate

Dalle stelle alle stalle nel più classico del roller-coaster; dalla perfezione e dalla serenità alla materialità della carne e della biologia, mitigate dagli abbracci, dalle carezze e dagli sguardi buoni. Pare un mese e non è nemmeno una settimana che sono atterrata con un paracadute poco gentile nella terra arida e secca della Toscana che mi rilegge ad ogni angolo, ad ogni ventata calda e afosa, ad ogni strada deserta e desolante (ben più che desolata), ad ogni muro scrosticciato la Liguria ruvida e asciutta degli Ossi di Montale. I cocci aguzzi di bottiglia in cima ai muri non ci sono, perché sono sufficienti quelli conficcati qua e là a caso nella carne. Per me, il particolare che salva, il topo bianco di Dora Markus, è l'arcobaleno di colori delle canottiere. Meno male che in primavera me ne hanno regalate un bel po'.

sabato 28 luglio 2012

Enjoy

E ora che la fiamma è stata accesa nello stadio: strabilianti giochi di Olimpia a tutti! Le olimpiadi sono un Natale all'ennesima potenza, che aspetto per quattro anni. E stavolta l'hanno voluto, cercato, costruito, plasmato nel mio angolo di mondo preferito. Congiunture che accadono una volta nella vita e per questo non riesco a dormire pochissimo per adesso. Dormirò a Pistoia, mi viene bene. Comunque, al di là della mia esaltazione malata, le olimpiadi fanno bene a tutti, ricordano i buoni propositi che, per quanto finti, per un po' funzionano, tirano fuori la parte migliore delle persone, estrapolano il massimo, rendono felici: me di sicuro. Peraltro in questi giorni di volti sorridenti, compiaciuti, positivi, abbraccianti ne ho visti ovunque: organizzatori, contractors, volontari, soldati e atleti. Gli organizzatori quasi non riescono a realizzare di aver concretizzato davvero e nel miglior modo possibile, almeno per ora; i contractors perché è un'ottima opportunità di lavoro: tanti sono giovani grati e orgogliosi dell'opportunità; i volontari perché vivono il sogno, nella remota paura di svegliarsi; i soldati perché sono dei ragazzoni dal sorriso dolce che mai avrebbero pensato di sfilare nello stadio olimpico al posto degli atleti nella prova generale della cerimonia di apertura e scattano foto a non finire; gli atleti perché sono dei ragazzi, alla fine, e si godono l'opportunità della vita sorridendo e urlando durante la sfilata; gli atleti non più ragazzi tornano bimbi sulla giostra quando entrano sulla pista dello stadio. Da domani si farà sul serio e ci saranno le code, i ritardi, le complicazioni, le responsabilità. Stasera è la sera della festa: è il sabato del villaggio, anzi già l'inizio della domenica perché la cerimonia è già finita e la sorpresa non c'è più. Ma c'è un nuovo inizio, una nuova esperienza, molto da provare e da imparare, molto da osservare e, quindi, magari le olimpiadi riescono nel miracolo del doppio sabato consecutivo. E poi la parola d'ordine, che mi è stata più volte ribadita martedì è: "Enjoy!". Enjoy the London 2012 Olympic Games!

sabato 21 luglio 2012

Tecnorespingente

Da quando sono tecnorespingente? Mi par d'essere in mezzo ad un complotto: internet non funziona, dove funziona non si può stampare, dove si può stampare inizia a non funzionare; i podcast non si aprono; il bancomat è fuori servizio. Non solo: la vecchia posta a mano non passa se non ogni 4-5 giorni e dei biglietti, nonché una scatola, sono dispersi. Niente di fondamentale, per carità; forse è solo la lenta trasformazione in un Paese del terzo mondo, ma ho sempre adorato la tecnologia? Perché non sente più il mio affetto? Perché mi respinge?

lunedì 23 aprile 2012

Time flies

"Time flies" appunto mi apostrofava la torretta in legno vicino alla nave dei pirati di Peter Pan nei Kensington Gardens. Peccato che debba sprecare la gran parte del mio tempo in attività noiose e poco utili. Correndo e arrancando oltretutto. E scalpitando parecchio, rassegnata ma ben poco renitente. In attesa.

martedì 10 aprile 2012

5

Da studentessa iniziavo a fare i compiti subito il primo pomeriggio delle vacanze, davanti alla televisione s'intende, e continuavo fino all'ora di cena. Il secondo giorno, ancora armata di buoni propositi, dopo almeno dieci ore di sonno, riprendevo; con la televisione s'intende. La parte della tv m'è venuta bene anche stavolta, devo dire. Con l'aggravante che non riesco contemporaneamente a lavorare e a guardare film o telefilm in inglese. Tutto si è fatto più complicato e più piacevole, a volte anche più malinconicamente piacevole forse perché perché sono più selettiva verso gli altri e più indulgente verso me stessa: faccio ciò che voglio, vedo chi voglio, che già espio abbastanza con la geografia. Tante sono le persone e le cose da pigiare in cinque giorni, che possono sembrare e sono anche tanti; quindi, nessuna lamentela e nessun rimpianto se non topografico perché davvero qui si sta stretti e i colori sono opachi, per me, mentre i giorni, i miei giorni si assottigliano. Strano, o forse umano, come anche nelle situazioni peggiori si impari ad esigere il meglio, ad apprezzare persino le brocche di cristallo e ne spunti fuori una bella giornata, dove ogni sorriso, ogni battuta è cementificata nella memoria. I biscotti per la colazione nel rosso col fiocco verde, l'onore del bacino sui capelli, il freddo e il piumino ritrovati, il sole di Firenze dopo la pioggia, la prima volta alle Giubbe Rosse fanno il resto. E domani si ricomincia senza rimpianti.

domenica 25 marzo 2012

Un'ora


E mi si sottrae anche un'ora di sonno, di vita oltretutto per regalarmi un'ora di sole in più? Oltre il danno la beffa.
Tanto s'è visto poco sole negli ultimi tempi. A chi piace il sole piace anche l'alba, in genere; e allora costui si alzi prima la mattina e si goda il sole più che può che io dormo volentieri e ho già visto troppo sole per quest'anno.

martedì 14 febbraio 2012

Non

Capisco il no alle olimpiadi di Roma: non è il momento.
Probabilmente, certamente non è il momento per permettersi investimenti milionari in progetti olimpici che, mal gestiti e spesso anche ben gestiti, lasciano debiti con parecchi zeri. Però mi dispiace parecchio lo stesso. E' una rinuncia e un'ammissione di resa alla realtà che vale più di un declassamento di un'agenzia di rating.
Ci saranno altre occasioni, per quanto ne dubiti, e sarà comunque troppo tardi.

venerdì 30 dicembre 2011

Cheesecake e paresi facciali tristi


Nella foto uno dei cheesecake più squisiti che abbia mai assaggiato. In quel ristorante, quando il cameriere ha chiesto, con una cortesia unica e con il sorriso, se tutto era a posto e con altrettanta serenità abbiamo ricordato che dovevano ancora arrivare le patatine fritte, il contorno dimenticato è giunto appena qualche minuto più tardi insieme alle scuse del direttore di sala che ci avvertiva di uno sconto per il disagio patito. Ecco, non sempre si è altrettanto fortunati. E non è una questione di di ristorante più o meno prestigioso, è una questione di educazione.
Se, tra i dolci nel menù, mi elenchi il cheesecake, io lo scelgo (errando). Se mi porti un dolce al formaggio con lo zucchero a velo sopra e un interno molliccio molto più simile alla torta mimosa che al cheesecake, che non ha il sapore né del limone mescolato alla panna e al formaggio, né della fragola, una superficie con qualcosa di marroncino non ben identificabile, non lo mangio e lo offro ai miei commensali, precisando che non è un cheesecake, come appare evidente dall'immagine.

Se poi proprio mi chiedi perché non ho mangiato il dolce, con lieve imbarazzo ma ferma convinzione ti rispondo: "Perché non è un cheesecake". A questo punto la "signora" ribadisce con maggiore ruvidità di quanto non avesse già dato prova durante le ordinazioni: "E' un cheesecake".
Mi sale l'irritazione e con tono pacato ma ancor più fermo ribatto: "No, non lo è. Non ha la consistenza del cheesecake".
E costei continua: "E' un cheesecake. C'è la ricetta su internet".
Trovandomi in una situazione non mia aggiungo: "Non dubito che abbia trovato questa ricetta sotto il nome di cheesecake, ma le assicuro questo non lo è".
"Non sarà il cheesecake di New York...", aggiunge senza concludere.
E qui mi impongo il rispetto per le persone che sono con me e ho pietà del caso umano che ho di fronte, a cui ho già permesso oltremodo di dare spettacolo di se stessa.
E non è questione di luogo: sebbene da queste parti non si brilli in percentuale quanto a cortesia, ci sono locali e negozi con ottime persone.
Non ho mai compreso la filosofia della paresi facciale triste sul lavoro, che funziona solo in questo Paese, peraltro. Altrove si verrebbe licenziati. Se anche per mestiere allo zoo togli la cacca nel reparto degli elefanti, sei tenuto a rispettare dal primo all'ultimo elefante, dalla prima all'ultima persona. Sei gentile per contratto, anche se non è sempre facile, anche se sei stanco e ferocemente preoccupato per altri sacrosanti motivi. Anche perché con la paresi facciale triste e la scortesia le ore di lavoro appariranno parecchio più lunghe e pesanti. Almeno la vedo così e ho intenzione di consolarmi presto con un vero cheesecake.

martedì 22 novembre 2011

Luoghi e non luoghi


A Porcari, in provincia di Lucca, la Fondazione Lazzareschi ha organizzato nel suo palazzo di vetro una mostra di opere di Andy Warhol, ben ottanta. Lodevole iniziativa, me ne compiaccio. Eppure l'idea di prendere e andare a Porcari mi mette tristezza. E' senza dubbio un mio limite, forse anche un mio pregiudizio, quindi ho cercato in rete il sito del Comune. Alla voce "eventi" vi si legge "al momento non esistono eventi disponibili". Nessun evento, nemmeno l'ultima delle sagre - pare. Ciò nonostante in mezzo alla campagna toscana, che - chiariamolo - non è il Chianti e non è la campagna senese, ci sono dei coraggiosi che hanno organizzato una mostra di richiamo internazionale. E vanno premiati. Vanno premiati prendendo il treno e chirurgicamente atterrando di fronte al palazzo o chiudendosi in auto per riemengere nel parcheggio più vicino.
Di sicuro mio il limite, mio il problema e la mostra in sé rimane la stessa, ma quanto fa bene all'umore camminare per le vie di Firenze prima di arrivare alle esposizioni di palazzo Strozzi? E poi uscirne e intravedere in lontananza la cupola del Brunelleschi?
Le cattedrali nel deserto mi mutuano tristezza, compatisco le tre case in mezzo al nulla che niente mi hanno fatto di male (ma neppure di bene, all'anima); i non luoghi che ti sfrecciano oltre il finestrino mentre stai andando in un luogo vero, che sia piccino piccino come Volterra o grande grande come Londra. Sempre mi chiedo come si possa viver lì, in the middle of nowhere. Spesso basta esserci nato e lavorarci. Un po' come nel mio caso. Ma certo l'umore cambia di parecchio nei luoghi veri.

giovedì 17 novembre 2011

Domani

Preparo la valigina colorata con A single man di sottofondo; contenta. Guarderò poi Colin; non è un film per il mio umore di stasera, alla vigilia di una festa per cui non voglio feste e che pensavo mi avrebbe trovata più accigliata. Invece è arrivato il freddo buono, quello che piace anche a me, quello che fa stringere nelle sciarpe, fa mettere i cappelli e trovare la casa calda, perfetta per le uniche ciabattine infradito che abbia mai realmente posseduto.
Domani pioveranno auguri e sorrisi e saranno veri per la quasi totalità.
Sentirsi amati, voluti, abbracciati fa accettare bene anche i traguardi più ispidi. Lo scoglio peggiore è l'alzata prima dell'alba. Superata la fatica e lo shock, sarà tutto in discesa, perché non tutti hanno la fortuna di svolgere uno dei cinque lavori che vorrebbero svolgere e di poterlo condividere con quella manciata di persone e di sorrisi che vorresti tenerti stretta comunque: da colei che conosci da una vita, a coloro che la sorte ha scaraventato lì con te. Poi ci sono le piccole grandi persone e la più grande sofferenza è pensare di doverne salutare metà tra appena sei mesi. Hai anche trovato il modo di regalarti il XII del primo Harry Potter, perché le ossessioni buone meritano tutte le coccole possibili. Dopo ancora, il pranzo dei giorni di festa (anche perché mi sono persa da tempo quello dei giorni feriali), il bacino con lo schiocco della mamma e quello timido del babbo, che par chiedere il permesso. E via, via di corsa, via da qui dove il senso di estraneità geografica è sempre più pressante, quando le possibilità di fuga permanente rasentano lo zero. Nella città già più a mia misura, attendo e pretendo un abbraccio forte forte, un bacino sui capelli con i ricciolini e una stellina nella camerina nuova. Da Paolo Poli alla Cantina, al polpettone, l'importante sarà condividere e ridere. Voler bene e farsi voler bene.

lunedì 18 luglio 2011

Una


Ultimamente (sempre) sono una si commuove facilmente e - ho l'impressione - che talvolta si autocompiace della propria commozione. Non è un pregio oltre un certo limite. Nel personaggio non precario del passato la lacrima facile cominciò ad infastidirmi, probabilmente anche perché associata alla passività o alla resistenza passiva, che - credo, penso, spero - non mi appartiene.
Sarà che ho dovuto salutare le piccole grandi persone con cui ho condiviso tre anni: piangevano loro, figuriamoci io; ho visto poi un piccolo grande eroe stringere i denti, affrontare le tragedie vere, quelle non virtuali, quelle che fanno male davvero e possono uccidere e superare un anno e un esame a pieni voti. Ma mi commuovo anche per meno. M'hanno proiettato l'ultimo Harry Potter e giù a piangere da metà film. Non per il non capolavoro cinematografico, s'intende; per la storia, per una parte di vita che si chiude. Poi ci sarebbero i libri (l'ultimo capitolo de Il signore degli anelli), i film e i telefilm a pianto sicuro (The notebook, l'ultima puntata della terza serie di Gilmore Girls, l'ultima puntata di Dawson Creek). E poi c'è una sera in cui vai a Quarrata ad ascoltare un saggio di fine anno di piccoli musicisti e dopo un "YMCA" e una marcia trionfale dell'Aida (in questo esatto ordine), tutti i musici e i coristi si riuniscono sul palco, entra uno dei ragazzi più grandi con bandiera tricolore apprezzabilmente ampia, sale su un cubo e inizia ad agitare il vessillo; i fiati attaccanno l'inno di Mameli e tutta la platea in maniera spontanea si alza e si unisce, (alcuni) con la mano sul cuore. Io, naturalmente, canto e lacrimo. Mi fa un po' rabbia quest'amor di patria riscoperto solo ora, per caso, per una volta senza i mondiali di calcio a tiro di pallone, eppure cedo comunque ad una lacrima. Una, eh.
In ogni caso sono sempre lacrime di commozione. Per tutto il resto del tempo l'imperativo morale è ridere di gusto il più possibile, benché non sempre mi riesca.

domenica 10 luglio 2011

Cieli e tapparelle


Una volta l'anno, una settimana, due al massimo, mi godo il castello col prendisole giallo o con quello azzurro, latte, caffè, cereali, schiacciata e galletti, Jane Austen e dvd a iosa (Il discorso del re, il primo Harry Potter, Orgoglio e pregiudizio della BBC, ecc.), esco quando ne vale la pena e soprattutto dormo, di giorno. E dormo tanto. E sto bene.
Qualcuno si preoccupa perché dormo troppo: che devo dire? Son fatta di sonno. E poi mica me lo posso permettere sempre? D'inverno la sveglia suona sempre troppo presto, è freddo e piove poco, per i miei gusti.
Sono anglosassone dipendente (anche il Canada, la Germania e la Scandinavia e la costa orientale degli Stati Uniti non mi sono indifferenti), ma nasco in un involucro mediterraneo. Sto bene sopra i 23 gradi C, benissimo fino ai 30, me la cavo fino ai 35. Quando i comuni mortali stramazzano col fazzoletto in mano, li guardo compassionevole.
Una contraddizione solo apparente. Sotto cieli migliori sono capace di alzarmi alle sei e trenta con un sorriso da parte a parte. Se è fresco, mi copro; se piove, son contenta. Detesto il sole e i cieli italiani estivi monocolori, almeno quelli della piana senza nuvole, senza nulla. Fuggo il sole che mi trova comunque e sempre. Non piove mai e c'è questa luminosità diffusa e implacabile. E io dormo. A meno di impegni, selezionati. La sera spalanco tutto e riemergo e faccio ciò che voglio. Fino all'alba. Verso le quattro e mezzo il forno della strada accanto mi regala un portentoso profumo di bomboloni caldi. Tutto questo in attesa di cieli migliori, s'intende.
Dovendo attendere, meglio accontentarsi il più possibile.

lunedì 20 giugno 2011

Rettifica

"La storia non è magistra
di niente che ci riguardi"

Montale ha ragione. Sempre e comunque.

domenica 19 giugno 2011

Comunque

"La storia non è magistra
di niente che ci riguardi"

sostiene Eugenio il grande (Montale). E' quasi sempre vero per la grande storia, troppi gli errori comuni a tutte le generazioni. E' che ogni volta l'uomo riparte da zero, in troppi ignorano ciò che è stato e, appunto non conoscendo ciò che è stato (perché la storia non si studia e soprattutto non si capisce), tornano a cadere nelle medesime macroscopiche buche.
Per le piccole storie, le storie piccine di ogni giorno, se si è fortunati ci si affida a chi ci vuol bene, a chi ci ha visto nascere o a chi ci ha scelto; altre volte si impara a proprie spese, si offre il fianco se ne vale la pena e talvolta anche se non ne vale affatto.
Le ferite sulla carne e sull'anima scartavetrate ben bene dopo un po' si cicatrizzano, ma, certo, non scompaiono. La storia, la propria storia deve essere magistra di vita, siamo animali dotati di memoria e di intelligenza. Se poi, come me, si ha l'abitudine e il bisogno di affidarsi a protesi emotive di carta o digitali, dimenticare e non imparare diventa difficile.
Imparare è utile, però non fa la differenza.
E' più proficuo tornare nell'enclave nord europea a un passo dalla città, sul prato verde verde, dove l'anno scorso si è ballato sereni e felici a piedi nudi nel caldo di luglio, e sorridere e stare bene. Comunque.

martedì 31 maggio 2011

Urla e dintorni

Visto che tutti hanno il diritto di impazzire, allora ho provato a farlo anch'io. Ho urlato contro chi se lo meritava, ho urlato come una matta, volendo urlare e concentrando in quell'urlo la rabbia di giorni, di mesi, di anni, riversando sul malcapitato (meritevole del gesto, sia chiaro) un bisogno ancestrale di sfogo, dopo giorni, mesi, anni di eccessiva comprensione e toni pacati.
E ha funzionato, mi sono subito sentita molto meglio.
Ma non mi si parli di gesto inconsulto. I matti sanno benissimo ciò che fanno e ne godono assai mentre lo fanno. Io ero consapevole del mio urlo, l'ho visto arrivare, l'ho sentito, l'ho contemplato soddisfatta e l'ho visto riflesso nel volto allucinato del malcapitato.

martedì 24 maggio 2011

Scacco matto

I matti hanno in pugno il mondo e lo tengono in scacco (matto).
Sbraitano, si agitano, prendono decisioni irrazionali, hanno e soprattutto potrebbero avere scatti inconsulti, pericolosi e allora tutti giù a comprendere, a provare pena, a convincere, a convincersi, a farsi convincere di dover provar pena, di dover soprassedere, di aver pazienza. Quando, a contrario, sono i matti gli unici davvero liberi di poter essere ciò che vogliono, chiusi forse nella loro maschera di follia ma liberi di tiranneggiare chiunque dovunque e comunque senza dover fornire spiegazioni, quelle, così come la comprensione, le lasciano agli sciocchi che si ostinano a pensare troppo, che si trattengono, che hanno (troppe) remore.
Inno, dunque, alla pazzia: vera astuta vincente tattica di vita.

domenica 1 maggio 2011

Quanto


Anche quest'anno niente colazione in Palazzo Vecchio alle sei. Prima o poi mi riuscirà, spero. Ho già preso accordi per la Notte Bianca del 2012 - son persona previdente, io - e faccio affidamento sulle paste ancora calde ordinate da Matteo.

Quanto ai treni, c'è invece solo da sperare e da munirsi di biglietto regionale con largo anticipo. A Pistoia, infatti, non si fanno biglietti dopo le 20 e le macchine addette all'emissione elettronica non funzionano; corri a Prato e provvedi, non volendo, per punto preso, regalare alle ferrovie 5 euro di maggiorazione sul biglietto su un totale di 6. Naturalmente il treno delle 00.25 da Santa Maria Novella arriva all'una e venticinque tra applausi, fischi e diti medi alzati.
A dieci giorni dal rientro da Londra, il paragone si impone devastante. Come sempre.

domenica 20 marzo 2011

Traslochi


Mi ero data oggi come limite per togliere la bandiera dal terrazzo. Non ce l'ho fatta. Ho tolto l'albero di Natale e il presepe il 6 marzo, non mi si può sottrarre la bandiera dopo appena una settimana. Mi è stato già suggerito di tenerla fino al nuovo albero, cioè fino al 7 novembre o giù di lì. Sono nel Paese sbagliato per poterlo fare: mi prenderebbero subito per nazionalista. In Norvegia, Danimarca, Turchia, negli Stati Uniti, nella campagna inglese sarebbe normale e anche piacevole. Qui siamo giustificati solo per i mondiali (di calcio, ovviamente), quando non la espongo per principio, visto la pazzia annessa all'evento, con tanto di acqua rovesciata da condomini su chiunque (mirando al chiunque, naturalmente).
Insomma, forse domani opererò il trasloco, dal terrazzo al salotto. Di riporre la bandiera non se ne parla.

domenica 13 marzo 2011

Wavin' flag

Mai esposta e, con orgoglio, la bandiera in occasione dei mondiali di calcio, proprio perché mi irrita l'istinto patriottico solo per il pallone; ascolto volentieri e con robusta soddisfazione l'inno per le olimpiadi, soprattutto in quanto olimpiadi addicted, stavolta però ho già la bandiera che sventola dalla ringhiera del terrazzo. E con orgoglio.
Non vedrò il duecentesimo anniversario, quindi intendo godermi il centocinquantesimo. E vorrei assistere ad un'esplosione di tricolore nei prossimi giorni, perché per quest'idea dell'Italia unità tante, troppe persone sono morte, perché Garibaldi, in fondo, è uno che ha saputo prendersi la vita e spremerla fino in fondo, perché ho sempre nutrito una simpatia sviscerata per la real politik di Cavour, perché qui ci sono nata, perché il mio è un grande Paese dal passato unico e impareggiabile, con la più conturbante letteratura al mondo, con capolavori artistici irraggiungibili, dalle splendide città con inefficienti servizi pubblici.
Non ho cambiato idea, aspiro con la stessa determinazione di ieri all'emigrazione. L'Italia non è esattamente il mio Paese, non è né il migliore né il peggiore dei Paesi, ma è il luogo in cui sono nata, vivo e vivono la maggior parte delle persone che mi stanno a cuore, quindi non posso non voler bene a quest'Italia, per quanto spesso mi susciti insieme rabbia, tenerezza e anche un po' pena.