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sabato 27 giugno 2020

"Lungs": all the world is a stage

In the dark times of Covid, The Old Vic in London brings "Lungs" on stage with Matt Smith and Claire Foy, around cameras and the minimum of technicians necessary to reach via computer and connection to the 1000 seats around the world and not in the theater. A different but still pretty intense emotion, given the exceptional nature of the situation, the wound of the closed theaters and the constriction in our respective microcosms. Returning to a theater, in that theater, although through a computer, cannot fail to make one move, just as it cannot fail to move knowing that 1000 other people everywhere in the world at the same time are waiting for the lights to go up on stage; it cannot fail to know that even for those who have conceived this idea, edited it, or to play in it or direct or record it, it is a new, exciting experience (for which they ask: "Wish us luck"), a way to react, to remember that art and theater are necessary.

"Lungs": all the world is a stage

Nei tempi bui dei Covid, The Old Vic a Londra porta sul palco "Lungs" con Matt Smith e Claire Foy, intorno telecamere e il minimo dei tecnici necessari per arrivare tramite computer e connessione alle 1000 poltrone sparse nel mondo e non nel teatro.
Un'emozione diversa ma comunque intensa, vista l'eccezionalità della situazione, la ferita dei teatri chiusi e la costrizione nei rispettivi microcosmi. Rientrare in un teatro, in quel teatro, sebbene tramite un computer, non può non far commuovere, così come non può non far commuovere sapere che altre 1000 persone sparse ovunque nel mondo nello stesso momento stanno aspettando che si alzino le luci sul palco; non può non commuovere sapere che anche per chi quest'idea l'ha concepita, l'ha curata, la sta per interpretare o dirigere o registrare è un'esperienza nuova, emozionante (per cui si chiede: "Wish us luck"), un modo per reagire, per ricordare che l'arte e il teatro sono necessari.

mercoledì 23 aprile 2014

Auguri, Will

Quattrocentocinquanta anni fa, forse nasceva William Shakespeare e siccome tutto è relativo, soprattutto il tempo, l'importante è scegliersi un giorno per festeggiare. E oggi potrebbe essere il quattrocentocinquantesimo compleanno di Shakespeare che, benché morto, quasi immortale lo è di sicuro, almeno per noi, per me. Io nella prepacked evacuation bag di Sheldon Cooper metterei il suo Amleto e molto altro su chiavina. Poi Shakespeare ha scritto per il teatro e questo me lo rende ancora più grande, immenso. In piedi, appoggiata al legno del palco del Globe Theatre ho vissuto momenti perfetti, consapevole della perfezione del momento, la felicità sentita.
La ricerca del momento ideale parte da lontano e presuppone spesso molta pazienza, ma in questo sono brava: mi muovo per tempo e so aspettare leggendo appunto Shakespeare. E quando dovevo scegliere dove accogliere la fiamma olimpica che passava lungo il Tamigi, d'istinto sono andata di fronte al Globe, il luogo ideale, speciale per un evento unico. Quando poi capolavori umani e ottimi attori sentono che è il momento per regalarsi Shakespeare, io sono certa che sia il momento esatto per regalarmi quello spettacolo. E lo sguardo di Jude alla fine della prima parte dell'Enrico V mi accompagnerà finché campo. Non mi andrà sempre bene, la statistica non è a mio favore, ma mi impegnerò più che posso, sempre. Mai mollare in questo ambito, sempre sperare, come mi ha insegnato la corsa apparentemente senza speranza, appena arrivata, e l'ora e mezza di fila nel 2009.
Non sempre si può avere ciò che si vuole e quindi oggi mi guardo un po' malinconica le foto della festa, molto molto molto lontana da qui. E mi leggo il Tito Andronico, aspettando maggio.
Varrebbe la pena vivere anche solo per poter leggere e vivere Shakespeare sul palco, non ho dubbi.



giovedì 25 aprile 2013

La busta di plastica

Mi basta poco alla fine per mutare d'umore, mi basta una prenotazione nel posto giusto, nell'unico posto al mondo dove devo tornare, da dove non dovrei partire. Ma poi si deve ripartire, ogni volta, perché - si sa - vivere costa, realizzare i sogni costa e l'angolo di mondo che mi permette di tornare dove voglio è lo stesso che mi annoia. Alla fine un compromesso quasi accettabile, c'è di peggio.
Comunque, l'umore è mutato. Dal nulla. Grazie alle lacchine e ad una delle tante straordinarie idee di chi non mi fa mai sentire matta o stupida o fuori dal mondo.
Non sono di quelle che prende e va, ovvero potrei prendere ed andare, ma in verità - non so come funzioni per gli altri - nel momento in cui decido di prendere e partire, tempo meno di dieci minuti mi sono già fatta almeno dieci film di quello che intendo fare, dove intendo andare, di cosa intendo prenotare. E agisco. E colei che non mi fa mai sentire matta o fuori luogo (quando mi ci sento spesso), agisce anche più velocemente di me. E il viaggio comincia. Subito. Diventa reale perché reali sono le mail di conferma che arrivano. E, tante volte succedesse qualcosa alla posta, è bene stampare tutto. Tengo al mio sogno. Oggi finalmente ho stampato tutto, ho segnato tutto e ho preparato le buste per la cartellina. Lo scorso anno, ad ogni appuntamento olimpico, sfoderavo con orgoglio le mie buste e mi godevo compiaciuta lo sguardo e il sorriso di apprezzamento degli addetti ai controlli.
Dall'esterno, capisco che possa apparire una meticolosità da serial killer, quando invece rimango un'inguaribile disordinata e lo sono perché solo i dettagli davvero importanti meritano la busta e la cartellina.

lunedì 13 agosto 2012

Farewell

In lontananza sento gli ultimi fuochi e il rumore di uno dei tanti elicotteri. E' finita, finita davvero. Ci sono le paralimpiadi, ma la fiamma di Olimpia è spenta e il mondo, non solo io, è un pochino più triste. La bandiera olimpica è nelle mani del sindaco di Rio, che starà festeggiando felice. Adoravo vederla sventolare ovunque, qui dove le bandiere sventolano davvero invece di rimanere desolatamente afflosciate. Da domani niente più megafoni o mani giganti ad ogni uscita della metro, ad ogni angolo; niente più volti sorridenti che ti indicano la strada anche se non hai bisogno e non lo hai chiesto, che ti intrattengono se si presenta la possibilità di una fila anche di soli cinque minuti, che si scusano se ti rallentano per venti secondi appena. Londra tornerà ad essere solo la città eccezionale che di solito è; non la città olimpica, non una delle Città invisibili di Calvino, la città rosa fuxia dove grandi e piccini hanno quasi tutti lo stesso logo, militari compresi, hanno un pass al collo o bandiere tutte diverse sulle spalle e in mano, alcune enormi, altre piccolissime; altri hanno braccia e volti pitturati; ovunque una miriade di transenne e di persone che applaudono, a chiunque. Probabilmente già da domattina tutto tornerà all'eccezionale normalità, ma io studierò ogni segno, ogni scarpa e ogni orologio rosso dei volontari, ogni cartello che indica che le Games Lanes dovranno essere rispettate fino al 14 agosto e me li terrò stretti più che potrò.

mercoledì 8 agosto 2012

Stasera

Ho camminato fino alla metropolitana sotto una gentile pioggia tardo estivo-autunnale, ho sentito la perfezione del momento, ne ho assaporato la bellezza più che potevo, che mi rimanga marchiata a fuoco nella mente.

martedì 7 agosto 2012

Tutto

Nella città dove tutto può accadere e accade, tra chi ha deciso di buttarsi o è capitato che sia finito sui binari della metropolitana, tra le foto dei medagliati, tra chi segue le olimpiadi e chi no, qualcuno in meno si cura dei teatri e finalmente ho conquistato senza fila un buon biglietto per Mamma mia!, che poi è risultato ottimo ma non eccezionale, nettamente inferiore a Crazy for you e a Billy Elliot. Comunque, nella città dove tutto può accadere ritrovo sul palcoscenico nella parte di Harry un volto chiaramente noto, che poi risulta essere Neil Roberts, l'affascinante demone che dopo appena sei puntate viene annientato da Prue Halliwell nella prima serie di "Charmed". Neil era una delle ragioni per cui ho guardato "Charmed" ed ora eccotelo lì sul palco di fronte a me a cantare. Sempre soprassedendo su un Kenneth Branagh che appare dal nulla a meno di cento metri a declamare "The tempest", sulla collina dell'Olympic Stadium, sempre soprassedendo perché questa è una parte che devo ancora elaborare. Insomma, ditemi se questa non è la città più incredibile del mondo. Giusto giusto se la può giocare con New York. Forse.

martedì 24 luglio 2012

E poi

E poi, dal nulla, arriva una coccinella (invece delle zanzare). E' un luogo magico, c'è poco da fare.

venerdì 6 luglio 2012

The Shard

Nel limbo, contenta serena impaziente e in vacanza, scopro in televisione l'inaugurazione di The Shard of Glass, la scheggia di vetro più alta d'Europa che troneggia su Southbank, uno degli angoli più affascinanti del globo, uno degli angoli che più mi sono cari. Questo grattacielo, per me, a punta e che a a punta non è e che, solo domenica, pensavo quasi completato mancante appunto solo della punta, in verità è una scheggia che si staglia e si scaglia contro il cielo e lo fa parecchio bene, come tutte le creazioni di Renzo Piano. Proud to be Italian, in questo caso. Peccato che la maggior parte delle sue creazioni si trovino all'estero. In questo angolo di mondo il cerchio del Globe col suo tetto di paglia sta benissimo accanto alla ex centrale elettrica della Tate Modern, che guarda il contemporaneo Millenium Bridge che conduce alla secentesca S. Paul. Comunque, al di là dei gusti, The Shard me lo sento un po' mio: l'ho notato la scorsa estate protendersi timido sopra in Borough Market (vituperato e offeso, lui sì davvero dal secondo enorme viadotto costruito con vista sulle finestre dell'ex casa di Bridget Jones); l'ho fotografato a dicembre, a febbraio, a marzo. Domenica scorsa m'è parso proprio bello, soprattutto quando mi sono ritrovata per caso a passarci sotto. Pare sia molto verde, molto eco-friendly e francamente ciò mi è indifferente. Mi aspetto che sia particolare e intrigante (dopo il giardino pensile con i fenicotteri rosa, mi aspetto di tutto), unico come quell'angolo di mondo che adoro.

giovedì 21 giugno 2012

Tavolini a colazione

Giorni perfetti questi per colazioni all'aperto, il modo migliore per iniziare la giornata. Le città più amate sono gremite di tavolini all'aperto per le colazioni, dalla primavera all'autunno: Londra, Berlino (benché accolga troppe vespe in estate), Bologna. Anche quando piove, basta una tenda, un ombrellone a protezione. Per quella mezz'ora il mondo non esiste oltre la visuale del tavolino, del cappuccino, del croissant vuoto e dell'eventuale libro/quotidiano (o di buona compagnia, s'intende). C'è anche chi esce di casa, vestito di tutto punto e si sistema col computer ad uno dei tavolini di fronte a "Paul" in Holland Park. Mi mancano tanto quei tavolini, per non parlare di quell'angolo di mondo.

lunedì 28 maggio 2012

28 maggio

Oggi sarebbe stato perfetto un picnic in Regent's Park, anche dietetico, su copertina a quadri. Questo avrei voluto regalarti e regalarmi.

lunedì 23 aprile 2012

Time flies

"Time flies" appunto mi apostrofava la torretta in legno vicino alla nave dei pirati di Peter Pan nei Kensington Gardens. Peccato che debba sprecare la gran parte del mio tempo in attività noiose e poco utili. Correndo e arrancando oltretutto. E scalpitando parecchio, rassegnata ma ben poco renitente. In attesa.

giovedì 9 febbraio 2012

Complementi d'arredo


C'è poco da fare, in quella città hanno sempre gli oggetti e i complementi d'arredo migliori.
Per la tempesta di vento in arrivo (con un pensiero forte per i bolognesi) sarebbero state perfette le barriere preventive antisommossa, perfette. Avrebbero stroncato sul nascere il panico per lo spegnimento della caldaia.

domenica 22 gennaio 2012

Tre e tre


Tre spettacoli ho seguito ad inizio anno, tre spettacoli uno più eccezionale dell'altro.
"Crazy for you" era una seconda visione dopo l'incanto di una sera d'estate in una cornice da favola con tanto di volpe nei dintorni; anche con tanto di elicottero e sirene della polizia, ma questa è un'altra storia. Tip, tap; le canzoni di George e Ira Gershwin; un novello Gene Kelly col suo stesso sorriso, attori, cantanti e ballerini fantastici; tante ballerine che facevano battere le manine alla Giulia, le facevano ridere gli occhi per la felicità e rimanere a bocca aperta per la sorpresa. Quella gioia, quelle emozioni forti, quel pianto in taxi perché un cosa così bella era finita non li dimenticherò mai. E quindi sono tornata a vedere "Crazy for you" ad inizio anno nella cornice meno fiabesca di un teatro al chiuso, ma l'emozione è stata la stessa. Alla fine come uomini e donne qualunque, tutti uscivano dalla porta secondaria del teatro come se niente fosse, perché per loro creare lo straordinario è ordinario: se ne sono andati alla spicciolata, i musicisti con lo strumento sulla spalla. Fra gli attori, qualcuno ha aspettato il compagno di lavoro per finire la serata insieme, altri si sono salutati con "nighty, night", qualcuno si è fermato a parlare con me delle differenze tra l'allestimento all'aperto e quello al chiuso, dei tempi di preparazione.
Il giorno dopo, appena a qualche centinaio di metri di distanza, un attore e uno scrittore molto più conosciuto, Simon Callow, elargiva il suo regalo di Natale alla città: raccontava al suo pubblico, come un aedo o un bardo d'altri tempi, "A Christmas Carol". Da solo, con un cappotto, sette sedie, una tenda, pochi e perfetti effetti scenici e sonori, Callow ha reso l'incanto di Dickens, mutuandone i più diversi registri dal comico al drammatico, senza mai sbagliare, senza mai un'incertezza, uno sguardo inadeguato, senza mai nemmeno tentare di tamponarsi il volto madido. Un'ora e un quarto di pura magia. Perché l'ha fatto? Perché ha deciso di sottoporsi per un mese a sei spettacoli la settimana che sono di fatto un tour de force fisico molto pesante anche per un attore ben più giovane di lui? Non credo per denaro, perché non penso ne abbia bisogno; né per visibilità, per la stessa ragione; né certamente per noia. Lo ha fatto perché evidentemente ha scelto bene il suo mestiere e, al di là dello sforzo fisico, si nutre della stessa magia che regala allo spettatore.
La terza sera, per festeggiare una nuova patente, abbiamo assistito al musical "Matilda", ispirato al testo di Roald Dahl, tanto amato da piccola dalla mia giovane amica. Non posso dire che lo spettacolo mi abbia emozionato come gli altri due, ma non è stato meno grandioso. Pare incredibile che una bambina di dieci anni riesca a reggere uno show di due ore in cui è quasi sempre sul palcoscenico interpretando con grande spontaneità e bravura sia le battute che le canzoni, per non parlare dell'eccezionalità, della coordinazione incredibile dell'intera compagnia di adulti e bambini, dell'orchesta senza dimenticare i tecnici delle luci. Mentre scendevamo le scale del teatro, come sempre, c'era quel miscuglio fantastico di allegria, di appagamento e di malinconia per la fine di qualcosa di perfetto.
Tre spettacoli ho seguito al teatro "Manzoni" di Pistoia dall'inizio della stagione, nessuno che mi abbia entusiasmato: il primo era appena piacevole, il secondo era inguardabile e inascoltabile, nel terzo si guardavano solo Santamaria e Nigro.
Non sempre è così: l'anno scorso c'è stato un grande "Romeo e Giulietta" con giovani attori, un "Un marito ideale" molto buono; due anni fa un ottimo "La parola ai giurati". Comunque finora siamo a tre contro tre. D'altra parte l'eccezionalità è tale proprio perché si erge sul mare infinito dell'ordinario e ti fa venire la pelle d'oca, ti fa emozionare, ti fa sentire felice di essere viva in quel momento, di essere parte come spettatore di un evento incredibile che non puoi fermare e catturare, tenere e riguardare a piacimento come un libro o un film. E' teatro.

sabato 8 ottobre 2011

Correlativi oggettivi


Dal 28 agosto fino a ieri, 7 ottobre, ogni giorno ho celebrato l'ultima giornata d'estate di questa never ending summer, che solo a tratti mi é dispiaciuta. Ho avvertito l'eccesso solo in due occasioni: la prima volta quando mi sono ritrovata all'aeroporto di Pisa con stivali, felpa, giacca lunga di pelle e 37° C; la seconda quando l'effetto serra delle finestre con sole battente unito all'effetto bue e asinello ha reso intollerabili le aule del secondo piano. Ma l'ho apprezzata lo stesso.
Ho scelto con particolare cura gli abiti, perché sarebbe forse stato quello l'ultimo giorno della stagione in cui poterli mettere; con altrettanto consapevole autocompiacimento ho indossato i completini estivi per giocare a tennis. Ho sempre trovato l'energia per alzarmi anche presto, uscire, andare a Firenze per visitare mostre, sedermi sulla coda del drago nel giardino dell'Orticoltura e mangiare, come omggio alla mia città, un gelato "chocolate fudge brownie" di Ben and Jerry (che laggiù avrei disdegnato); per camminare e fotografare Firenze e i suoi ponti. Ho indossato in casa e fuori casa le ciabattine leggere a quadrettini rossi, le uniche infradito che sia mai riuscita a portare.
Fino ad oggi.
Da ieri mi sto arrendendo alla necessità dell'autunno. Ma sbuffo.
Tanto il mio autunno l'ho già avuto ed era perfetto, perché in casa era caldo ed è per questo che avevo comprato le ciabattine a quadrettini rossi, perché i cieli erano meravigliosi e seduti al sole sulla chaise longue a righe bianche e verdi si aveva la sensazione di vivere il momento perfetto.
Lo ammetto: mi piacciono le stagioni, non vorrei abitare in uno di quei posti dove per tutto l'anno c'è sempre un sole stampato e la stessa temperatura. Voglio i nuvoloni neri e gonfi, i cieli multicolori, le sciarpe e, se vivessi in una città civile munita di sale e spalaneve, vorrei persino, una volta l'anno, anche la neve. Quindi, in definitiva, non chiedevo tanto, solo un'estate che durasse fino al 31 di ottobre, che dal 1° di novembre mi accendono il riscaldamento centralizzato.
E invece no, nemmeno l'effetto serra ha potuto tanto. E in queste case, infuocate o fredde, per coccolarmi fino all'ultimo il correlativo oggettivo della never ending summer - le ciabattine a quadrettini rossi - mi son già buscata il raffreddore.

domenica 18 settembre 2011

La luce bianca


Uccisa l'afa, uccisa l'estate, torna la luce bianca, trasparente, quella che non offende gli occhi, che fa spalancare di nuovo le finestre, che non obbliga a percorsi di guerra per fugare il sole infuocato.
Anche quando apprezzo il caldo, mi manca la luce naturale in casa e mi è sempre mancata la finestra di fronte al lavello, che poi per me è l'acquaio. La finestra dietro all'acquaio c'è sempre stata in ogni telefilm che ho amato, da "Eight is Enough" a "Friends" e qui in Italia non ne ho mai vista una. Probabilmente perché ai fumi della cucina qui non è astuto sommare il caldo della luce naturale. Eppure, mentre prosaicamente si preparano i piatti per la lavastoviglie, si dovrebbe poter guardare il cielo o scoprirsi osservati dal sorriso di chi ti vuol bene nel cortiletto a tasca, proprio lì di fronte.
Mi piacciono le finestre grandi, con la struttura bianca che moltiplica la luce; non amo le persiane rigide o le tapparelle pesanti, che fai fatica a chiudere e che la notte non lasciano trapelare la luce.
Mi mancano i lucernai, dove si sente piovere e ascoltare la pioggia è quasi sempre un piacere. Mi piace spengere la luce la notte e trovare la luce del lampione che filtra potente da fuori. Se proprio devo svegliarmi presto, adoro osservare la luce che cresce, o alzarmi senza comunque dover accendere la luce o tirare su le tapparelle.
Dovendo, per forza, privarmi di tutto questo, tornata la luce bianca, mi concentro sulle tende nuove della camera, naturalmente viola. Ma la mancanza totale rimane.

lunedì 29 agosto 2011


"Le vacanze estive inferiori ai venti giorni dovrebbero essere dichiarate fuori legge" - sostiene la Vale. E ha ragione.
Di solito al ritorno dalla mia misera settimana a casa ero distrutta. Non che stavolta non avverta il rebound, non che non mangi persino gli insipidi rich tea biscuits della Tesco con malinconica nostalgia, eppure me la cavo abbastanza bene. Sono stata così serena, felice, (anche troppo) soddisfatta (a giudicare dalle foto) per venti giorni che ancora ne avverto l'effetto positivo sull'umore. Guardo qui intorno l'umanità offesa e piegata dal caldo con un misto di pietà, di affetto e di distacco, come se non fossi anch'io nella cloaca dei 37 gradi ed oltre.
A tratti la sensazione di buono, il mood londinese è la stessa che si prova al risveglio dopo un bel sogno. Ma là sono stata, là mi sono svegliata per venti giorni, sotto il piumone, nella stanza illuminata anche di notte dal lampione che dava sul roof, là mi sono svegliata col sorriso, tirando su le tapparelle color legno, per verificare che Holland Park e la casa dei sogni di fronte, quella con la cucina con l'isola, fossero reali, fossero sempre accampati là di fronte. Là mi sono svegliata con Vivaldi, là ho fatto colazione con il latte alla panna e i digestive, decidendo i dettagli della giornata con uno sguardo al cielo a volte meravigliosamente imbronciato, a volte semplicemente grigio, a volte con le nuvole che corrono.
Sono stata così bene che ancora mi porto dentro quel bene. Continua a vincere la sensazione del buono che c'è stato, dell'orgoglio di esser stata scelta ed inclusa, di tutto quanto ho condiviso: dagli hamburgher di Giraffe, al teatro in mezzo al parco, alla volpe, al mio Globe, all'afternoon tea da Max, all'Harry da tube e agli abbracci veri, da vero telefilm, dell'ultima sera.

lunedì 1 agosto 2011

18


La valigia nera, quella alta, grande, che già a guardarla dà soddisfazione, quella che a New York scoppiava e di sicuro era oltre i 20 kg con Mummy la mummia e il gomitolo di protezione intorno, la valigia nera stavolta è persino concava eppure minaccia 18 kg. Ma è l'unico dettaglio (oltre all'anatema ufficiale ciclico, nel conto).
Si torna a casa.
Finalmente.

venerdì 29 luglio 2011

Presto


Il programma di ripristino del bioritmo comune (non naturale) procede a rilento. E' che questa città pare dormire anche quando è sveglia, all'una di giorno giù quasi tutti i bandoni e il tempo autunnale con quella sua luce perfetta, è ideale per leggere "Much Ado", girare per la casa, aprire cassetti e pensare: "Lo porto. No, non lo porto. Dovrei?", aumentare le pile precise (per una volta) di indumenti e oggetti sopra la bandiera dispiegata apposta sul letto. Manca poco e manca troppo. Se manca poco, va comunque bene. E' il tempo giusto per perdersi nelle cartine, nei progetti, nelle liste, nelle stampe e soprattutto non lasciarsi intristire da niente. Quasi tutto è meno importante. Chi è intorno lo sa, lo vede ed è indulgente.
In aprile sveglia alle 6.30, colazione alle 7 e via: per alzarsi presto (ed affrontare il freddo oltrettutto), ci devono essere ragioni di ferro, anzi d'acciaio. Ad aprile intorno c'era il tutto, il troppo pieno, casa. Nei giorni scorsi mi è persino venuto di mente di alzarmi presto (qualche volta e senza svegliare i compagni di vita e d'avventura) per andare a correre nel parco, per un minuto e mezzo - s'intende -, poi sedersi, fotografare, leggere, sorridere, assaporare compiaciuta il momento, il luogo, lo smog.
Quindi, ho aggiunto la tuta sulla bandiera.

domenica 3 luglio 2011

Un mese


Un mese è ben poca cosa ed è anche il tempo giusto per pensare, studiare, vagliare, sognare, architettare, pregustare luoghi, indirizzi, dettagli, bagagli, volti. Il resto lo decideremo lì per lì nel patio, nel soggiorno o nel parco. E "ci tornerà bene."