Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

martedì 16 novembre 2010

"La stazione" - Wislawa Szymborska

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.

(per gentile indicazione di una piccola grande persona)

[sempre e comunque su quel treno bisogna esserci]

sabato 18 luglio 2009

Martina, Giacomo (Leopardi) ed Eugenio (Montale)

Martina non ama particolarmente la poesia perché è convinta che non le appartenga, di non capirla. La poesia è per lei sinonimo di gran fatica e frustrazione. Poi le buttano lì di fronte Il pensiero dominante di un Giacomo Leopardi squassato dall'amore, innamorato perso - alla non tenerissima età di trentadue-trentaquattro anni - non tanto di qualcuno quanto dell'amore, pensiero dominante della sua vita in quel momento. Chiedono a Martina di scrivere la parafrasi e il commento alla poesia. E Martina si arrampica, insieme ai suoi amici, sui versi di una fra le composizioni più ostiche del grande Giacomo. Il senso di non appartenenza a quel linguaggio le rimane, è però stupita dal tema: non avrebbe mai pensato che Giacomo fosse così - ammette. Così come? Un uomo che si innamorava e che, per quanto "de' nostri mali esperto", per quanto abbia più volte pensato che "la vita della morte è più gentile", "per cor le gioie" dell'amore, "provar gli umani affanni, / e sostener molt'anni / questa vita mortal, fu non indegno". E questo non perché il suo amore venisse ricambiato, tutt'altro, perché sentirsi squassati dal pensiero dominante, "dolcissimo, possente / dominator di sua profonda mente" conferisce senso alla vita, anche quando ti scaraventa violentemente contro gli scogli. Poi il momento passa, il pensiero, quel pensiero non domina più la sua mente, subentra il disincanto, il rintocco funebre di un momento, di una stagione della vita. "Perì l'inganno estremo, / ch'eterno io mi credi", scrive Giacomo in "A se stesso".
Martina deve scegliere una poesia per analizzarla e commentarla, sceglie Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale di Eugenio Montale. Il poeta, l'uomo ha già sessantasette anni, Mosca, la sua compagna di vita, è morta e lui ne sente la mancanza, avverte il vuoto intorno ad ogni scalino che è costretto a scendere da solo, non più a braccetto con lei. Eugenio è monco, una parte della sua vita non c'è più, la parte migliore, quella tra i due con "le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate", quella che era sempre riuscita a ricondurlo indietro quando qualche pensiero dominante aveva preso il sopravvento, quella che c'era sempre, che lo sosteneva ad ogni scalino, quella che ora non c'è. Più.
I poeti sono uomini, Martina. Sono esseri umani che ridono, amano, soffrono, si fanno ingannare, hanno ingannato, uomini che trasformano le cicatrici di una vita in parole. Non sono diversi da te, da noi. Per questo li leggiamo. Per questo Giacomo ti ha colpito, per questo hai scelto Eugenio.

domenica 22 febbraio 2009

Cocci aguzzi

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)


Sognare di guidare su una strada lastricata di vetri aguzzi bianchi e luccicanti significa o pensare e sognare per poesie o pensarla esattamente come Montale. Non credo Montale si sbagli.

giovedì 9 ottobre 2008

Dopo un invio

Dopo un nuovo sudato invio a Torino, per piccolo o grande che sia, mi merito - porca miseria - mi merito di ripassare da queste parti. Solo che non ho parole, arrivata a quest'ora proprio non ho parole o energie residue. E allora uso le parole di altri, parole che mi sono capitate per puro caso tra le mani oggi, parole che stasera fanno proprio al caso mio.

Allegria di naufragi

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstiste
lupo di mare