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lunedì 11 novembre 2013

Cresce


 Niente di comparabile col tifone nel Sud Est Asiatico, che già mi pareva sufficiente, ma cresce spontanea l'ostilità verso la Natura Matrigna che si diverte, con le sue simpatiche folate di vento, a farmi saltare ogni due-tre minuti la finale del Masters. E il peggio è che, appunto come l'Islandese ci insegna, nemmeno c'è volontarietà. Lei non se ne avvede e io non vedo. Accidenti.

venerdì 14 gennaio 2011

Attesa

Vivo nell'attesa di aprile e di agosto. Voglio arrivare ad aprile e poi saltare d'un balzo ad agosto.
Dice sia più furbo vivere il presente. Sicuramente. Sicuramente dipende dal presente. Il noioso stancante massacrante presente può e deve essere lenito, ammansito più che si può, godendosi la speranza della felicità e agognando una splendida uscita di pena.

domenica 18 aprile 2010

Eyjafjallajokull ovvero il grande Giacomo ha sempre ragione

"A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E' il gener nostro in cura
All'amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
La ginestra, o fiore del deserto

Stavolta, per adesso per lo meno,la Natura matrigna non ha mostrato il suo lato peggiore, ha solo lasciato e lascerà a terra milioni di persone. Da qui a brevissimo tempo nemmeno mi devo muovere, per quanto sia già preoccupata per il 2 maggio. Vivo l'avanzare della coltre matrigna e maligna come un impedimento illegittimo alla libertà personale degli esseri viventi, gli umani in particolare. Come sempre ha ragione il grande Giacomo, che ne sapeva una più del diavolo: la Natura è matrigna comunque e dovunque, come e dove capita. All'Islandese - e ben si vede anche adesso che Giacomo non avesse scelto un'etnia a caso - che chiede alla Natura perché si accanisca con tale impegno verso le sue stesse creature, essa rispode maleficamente serena:

"Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei."

Così è. Punto. E non mi si parli del fascino introverso e terribile della Natura. Viva la scienza e la tecnica che cercano, per quanto possono, di correggere le imperfezioni e limitare i danni della Natura.

venerdì 5 marzo 2010

Karma e stercolai

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.

(G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv, 21-38)

Conclusione: come sempre il grande Giacomo ha ragione da vendere.
Amara riflessione: Avere ragione quasi sempre non migliora affatto il karma da stercolaio.

Fantascienza: Se si riversasse la mia mente in un pc portatile, sarei utile esattamente nello stesso modo e mi eviterei la fatica del vivere.

giovedì 5 novembre 2009

Rider franco e forte

"E credi a me - sostiene il saggio Plotino -, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullità delle cose, della vanità delle cure, della solitudine dell'uomo; non odio del mondo e di se medesimo; che possa durare assai: benché queste disposizioni dell'animo sieno ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo; mutata leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco; e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a notare; rifassi il gusto alla vita." E a volte basta davvero poco (pur rimanendo vero tutto l'impianto razionale di fondo), per me spesso è sufficiente anche soltanto guardare una puntata di "Friends". E ridere, ridere di gusto alle battute e alle espressioni di Chandler. Di nuovo ha ragione il grande Giacomo: "Terribile ed awful è la potenza del riso".

sabato 18 luglio 2009

Martina, Giacomo (Leopardi) ed Eugenio (Montale)

Martina non ama particolarmente la poesia perché è convinta che non le appartenga, di non capirla. La poesia è per lei sinonimo di gran fatica e frustrazione. Poi le buttano lì di fronte Il pensiero dominante di un Giacomo Leopardi squassato dall'amore, innamorato perso - alla non tenerissima età di trentadue-trentaquattro anni - non tanto di qualcuno quanto dell'amore, pensiero dominante della sua vita in quel momento. Chiedono a Martina di scrivere la parafrasi e il commento alla poesia. E Martina si arrampica, insieme ai suoi amici, sui versi di una fra le composizioni più ostiche del grande Giacomo. Il senso di non appartenenza a quel linguaggio le rimane, è però stupita dal tema: non avrebbe mai pensato che Giacomo fosse così - ammette. Così come? Un uomo che si innamorava e che, per quanto "de' nostri mali esperto", per quanto abbia più volte pensato che "la vita della morte è più gentile", "per cor le gioie" dell'amore, "provar gli umani affanni, / e sostener molt'anni / questa vita mortal, fu non indegno". E questo non perché il suo amore venisse ricambiato, tutt'altro, perché sentirsi squassati dal pensiero dominante, "dolcissimo, possente / dominator di sua profonda mente" conferisce senso alla vita, anche quando ti scaraventa violentemente contro gli scogli. Poi il momento passa, il pensiero, quel pensiero non domina più la sua mente, subentra il disincanto, il rintocco funebre di un momento, di una stagione della vita. "Perì l'inganno estremo, / ch'eterno io mi credi", scrive Giacomo in "A se stesso".
Martina deve scegliere una poesia per analizzarla e commentarla, sceglie Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale di Eugenio Montale. Il poeta, l'uomo ha già sessantasette anni, Mosca, la sua compagna di vita, è morta e lui ne sente la mancanza, avverte il vuoto intorno ad ogni scalino che è costretto a scendere da solo, non più a braccetto con lei. Eugenio è monco, una parte della sua vita non c'è più, la parte migliore, quella tra i due con "le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate", quella che era sempre riuscita a ricondurlo indietro quando qualche pensiero dominante aveva preso il sopravvento, quella che c'era sempre, che lo sosteneva ad ogni scalino, quella che ora non c'è. Più.
I poeti sono uomini, Martina. Sono esseri umani che ridono, amano, soffrono, si fanno ingannare, hanno ingannato, uomini che trasformano le cicatrici di una vita in parole. Non sono diversi da te, da noi. Per questo li leggiamo. Per questo Giacomo ti ha colpito, per questo hai scelto Eugenio.

lunedì 23 febbraio 2009

Paradossi

Aver letto, riletto e riletto centinaia di volte il Dialogo Galantuomo e Mondo del grande Giacomo senza averne imparato alcunché.

sabato 14 febbraio 2009

Scintille

Siamo carne da macello. Tutte le scintille di passione, le gioie, i dolori, l'infinità delle parole dette sussurrate urlate scritte, le idee geniali o anche semplicemente le idee, il bene voluto e ricevuto, prima o poi, sono sopraffatti dalla materia destinata a degenerare. Il solito "circuito di produzione e distruzione", il solito "abbisso orrido, immenso" che ci attende. Giacomo, come sempre, aveva capito tutto. Ed è impossibile non capire. Al massimo possiamo illuderci il più possibile, crearci delle illusioni consapevoli. E vivere vivere vivere quelle scintille di passione per le persone che valgono e per qualsiasi cosa valga, prima che la nostra carne diventi avariata.