Tra la Death Valley e Pistoia alle ore 12 di un'ordinaria giornata di agosto colgo le seguenti macroscopiche differenze:
1. nel deserto il caldo è più secco
2. e ci sono più turisti.
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venerdì 29 agosto 2014
domenica 10 febbraio 2013
Persino
Per la prima volta affronto la neve quasi senza paura, persino con simpatia (perché domani potrò rimanere in casa e purché scenda dritta e senza vento e se ne vada nel pomeriggio-nottata). Ha nevicato a Londra, su Central Park e allora mi par quasi giusto, normale tollerare un giorno uno di neve anche qui. Forse anche perché mi piace l'aria fredda ma senza vento di queste giornate; in attesa della pioggia, s'intende.
Con sorpresa sembra anche che appartenga al ristrettissimo numero dei non terrorizzati già sprangati in casa: in pizzeria di domenica sera tre tavoli col nostro, alle 22.20 il deserto. Ce ne siamo andate perché pareva quasi di disturbare. Alle 22.41 in giro pochissime auto: coprifuoco di preparazione mistica alla neve preannunciata per almeno le 4-5 del mattino? O la conturbante vitalità pistoiese è persino peggiorata negli ultimi tempi?
Con sorpresa sembra anche che appartenga al ristrettissimo numero dei non terrorizzati già sprangati in casa: in pizzeria di domenica sera tre tavoli col nostro, alle 22.20 il deserto. Ce ne siamo andate perché pareva quasi di disturbare. Alle 22.41 in giro pochissime auto: coprifuoco di preparazione mistica alla neve preannunciata per almeno le 4-5 del mattino? O la conturbante vitalità pistoiese è persino peggiorata negli ultimi tempi?
mercoledì 22 agosto 2012
Nemmeno gli ascensori
Pretendo la pioggia, magari senza danni collaterali, che qui è tutto d'un giallo bruciato orrendo mescolato alla polvere, all'aria afosa e appiccicaticcia. Par d'esser in mezzo alle tombe degli eretici a Dite, con la punizione supplementare della luce bianca e calda sparata addosso e sugli occhi. Continuamente.
E gli ascensori non indicano nemmeno a che piano sono o dove si dirigono.
martedì 21 agosto 2012
Lisce o a costine purché colorate
domenica 15 luglio 2012
giovedì 9 febbraio 2012
Complementi d'arredo
C'è poco da fare, in quella città hanno sempre gli oggetti e i complementi d'arredo migliori.
Per la tempesta di vento in arrivo (con un pensiero forte per i bolognesi) sarebbero state perfette le barriere preventive antisommossa, perfette. Avrebbero stroncato sul nascere il panico per lo spegnimento della caldaia.
domenica 22 gennaio 2012
Tre e tre
Tre spettacoli ho seguito ad inizio anno, tre spettacoli uno più eccezionale dell'altro.
"Crazy for you" era una seconda visione dopo l'incanto di una sera d'estate in una cornice da favola con tanto di volpe nei dintorni; anche con tanto di elicottero e sirene della polizia, ma questa è un'altra storia. Tip, tap; le canzoni di George e Ira Gershwin; un novello Gene Kelly col suo stesso sorriso, attori, cantanti e ballerini fantastici; tante ballerine che facevano battere le manine alla Giulia, le facevano ridere gli occhi per la felicità e rimanere a bocca aperta per la sorpresa. Quella gioia, quelle emozioni forti, quel pianto in taxi perché un cosa così bella era finita non li dimenticherò mai. E quindi sono tornata a vedere "Crazy for you" ad inizio anno nella cornice meno fiabesca di un teatro al chiuso, ma l'emozione è stata la stessa. Alla fine come uomini e donne qualunque, tutti uscivano dalla porta secondaria del teatro come se niente fosse, perché per loro creare lo straordinario è ordinario: se ne sono andati alla spicciolata, i musicisti con lo strumento sulla spalla. Fra gli attori, qualcuno ha aspettato il compagno di lavoro per finire la serata insieme, altri si sono salutati con "nighty, night", qualcuno si è fermato a parlare con me delle differenze tra l'allestimento all'aperto e quello al chiuso, dei tempi di preparazione.
Il giorno dopo, appena a qualche centinaio di metri di distanza, un attore e uno scrittore molto più conosciuto, Simon Callow, elargiva il suo regalo di Natale alla città: raccontava al suo pubblico, come un aedo o un bardo d'altri tempi, "A Christmas Carol". Da solo, con un cappotto, sette sedie, una tenda, pochi e perfetti effetti scenici e sonori, Callow ha reso l'incanto di Dickens, mutuandone i più diversi registri dal comico al drammatico, senza mai sbagliare, senza mai un'incertezza, uno sguardo inadeguato, senza mai nemmeno tentare di tamponarsi il volto madido. Un'ora e un quarto di pura magia. Perché l'ha fatto? Perché ha deciso di sottoporsi per un mese a sei spettacoli la settimana che sono di fatto un tour de force fisico molto pesante anche per un attore ben più giovane di lui? Non credo per denaro, perché non penso ne abbia bisogno; né per visibilità, per la stessa ragione; né certamente per noia. Lo ha fatto perché evidentemente ha scelto bene il suo mestiere e, al di là dello sforzo fisico, si nutre della stessa magia che regala allo spettatore.
La terza sera, per festeggiare una nuova patente, abbiamo assistito al musical "Matilda", ispirato al testo di Roald Dahl, tanto amato da piccola dalla mia giovane amica. Non posso dire che lo spettacolo mi abbia emozionato come gli altri due, ma non è stato meno grandioso. Pare incredibile che una bambina di dieci anni riesca a reggere uno show di due ore in cui è quasi sempre sul palcoscenico interpretando con grande spontaneità e bravura sia le battute che le canzoni, per non parlare dell'eccezionalità, della coordinazione incredibile dell'intera compagnia di adulti e bambini, dell'orchesta senza dimenticare i tecnici delle luci. Mentre scendevamo le scale del teatro, come sempre, c'era quel miscuglio fantastico di allegria, di appagamento e di malinconia per la fine di qualcosa di perfetto.
Tre spettacoli ho seguito al teatro "Manzoni" di Pistoia dall'inizio della stagione, nessuno che mi abbia entusiasmato: il primo era appena piacevole, il secondo era inguardabile e inascoltabile, nel terzo si guardavano solo Santamaria e Nigro.
Non sempre è così: l'anno scorso c'è stato un grande "Romeo e Giulietta" con giovani attori, un "Un marito ideale" molto buono; due anni fa un ottimo "La parola ai giurati". Comunque finora siamo a tre contro tre. D'altra parte l'eccezionalità è tale proprio perché si erge sul mare infinito dell'ordinario e ti fa venire la pelle d'oca, ti fa emozionare, ti fa sentire felice di essere viva in quel momento, di essere parte come spettatore di un evento incredibile che non puoi fermare e catturare, tenere e riguardare a piacimento come un libro o un film. E' teatro.
sabato 31 dicembre 2011
La luce negli occhi e l'apple crumble col tè
Sempre negli occhi e nelle papille gustative la pretenziosità vuota della latrice del finto cheesecake, ieri ho deciso di provare il piccolo laboratorio artigianale di pasticceria La dolce peonia. Dalle foto e dai commenti via socialcoso pareva un luogo interessante, vivo, originale, poco pistoiese; mi aspettava un tè di quasi fine anno intorno all'albero nella casina delle fate e ho deciso di provare. Un negozio piccino piccino ma curato e amato con un volto gentile e sorridente, che mi ha suggerito i biscotti perfetti da abbinare al tè. In mostra, tra tante squisitezze, qualcosa che somigliava al mio apple crumble, perché era un crumble con il burro, la crust sbriciolata croccante e la cannella. Come da questi e da altri ingredienti venga fuori quella meraviglia del crumble de "La dolce peonia" non so, mi limito a mangiarlo e a condividerlo. Nella mia mente gli ingredienti si mescolano quasi per magia, più o meno come Mrs Weasley che armeggia in cucina con la bacchetta.
Nei negozi dove ti servono con il sorriso e con la luce negli occhi si torna volentieri. E se ne scrive altrettanto volentieri.
venerdì 30 dicembre 2011
Cheesecake e paresi facciali tristi
Nella foto uno dei cheesecake più squisiti che abbia mai assaggiato. In quel ristorante, quando il cameriere ha chiesto, con una cortesia unica e con il sorriso, se tutto era a posto e con altrettanta serenità abbiamo ricordato che dovevano ancora arrivare le patatine fritte, il contorno dimenticato è giunto appena qualche minuto più tardi insieme alle scuse del direttore di sala che ci avvertiva di uno sconto per il disagio patito. Ecco, non sempre si è altrettanto fortunati. E non è una questione di di ristorante più o meno prestigioso, è una questione di educazione.
Se, tra i dolci nel menù, mi elenchi il cheesecake, io lo scelgo (errando). Se mi porti un dolce al formaggio con lo zucchero a velo sopra e un interno molliccio molto più simile alla torta mimosa che al cheesecake, che non ha il sapore né del limone mescolato alla panna e al formaggio, né della fragola, una superficie con qualcosa di marroncino non ben identificabile, non lo mangio e lo offro ai miei commensali, precisando che non è un cheesecake, come appare evidente dall'immagine.
Se poi proprio mi chiedi perché non ho mangiato il dolce, con lieve imbarazzo ma ferma convinzione ti rispondo: "Perché non è un cheesecake". A questo punto la "signora" ribadisce con maggiore ruvidità di quanto non avesse già dato prova durante le ordinazioni: "E' un cheesecake".
Mi sale l'irritazione e con tono pacato ma ancor più fermo ribatto: "No, non lo è. Non ha la consistenza del cheesecake".
E costei continua: "E' un cheesecake. C'è la ricetta su internet".
Trovandomi in una situazione non mia aggiungo: "Non dubito che abbia trovato questa ricetta sotto il nome di cheesecake, ma le assicuro questo non lo è".
"Non sarà il cheesecake di New York...", aggiunge senza concludere.
E qui mi impongo il rispetto per le persone che sono con me e ho pietà del caso umano che ho di fronte, a cui ho già permesso oltremodo di dare spettacolo di se stessa.
E non è questione di luogo: sebbene da queste parti non si brilli in percentuale quanto a cortesia, ci sono locali e negozi con ottime persone.
Non ho mai compreso la filosofia della paresi facciale triste sul lavoro, che funziona solo in questo Paese, peraltro. Altrove si verrebbe licenziati. Se anche per mestiere allo zoo togli la cacca nel reparto degli elefanti, sei tenuto a rispettare dal primo all'ultimo elefante, dalla prima all'ultima persona. Sei gentile per contratto, anche se non è sempre facile, anche se sei stanco e ferocemente preoccupato per altri sacrosanti motivi. Anche perché con la paresi facciale triste e la scortesia le ore di lavoro appariranno parecchio più lunghe e pesanti. Almeno la vedo così e ho intenzione di consolarmi presto con un vero cheesecake.
martedì 22 novembre 2011
Luoghi e non luoghi
A Porcari, in provincia di Lucca, la Fondazione Lazzareschi ha organizzato nel suo palazzo di vetro una mostra di opere di Andy Warhol, ben ottanta. Lodevole iniziativa, me ne compiaccio. Eppure l'idea di prendere e andare a Porcari mi mette tristezza. E' senza dubbio un mio limite, forse anche un mio pregiudizio, quindi ho cercato in rete il sito del Comune. Alla voce "eventi" vi si legge "al momento non esistono eventi disponibili". Nessun evento, nemmeno l'ultima delle sagre - pare. Ciò nonostante in mezzo alla campagna toscana, che - chiariamolo - non è il Chianti e non è la campagna senese, ci sono dei coraggiosi che hanno organizzato una mostra di richiamo internazionale. E vanno premiati. Vanno premiati prendendo il treno e chirurgicamente atterrando di fronte al palazzo o chiudendosi in auto per riemengere nel parcheggio più vicino.
Di sicuro mio il limite, mio il problema e la mostra in sé rimane la stessa, ma quanto fa bene all'umore camminare per le vie di Firenze prima di arrivare alle esposizioni di palazzo Strozzi? E poi uscirne e intravedere in lontananza la cupola del Brunelleschi?
Le cattedrali nel deserto mi mutuano tristezza, compatisco le tre case in mezzo al nulla che niente mi hanno fatto di male (ma neppure di bene, all'anima); i non luoghi che ti sfrecciano oltre il finestrino mentre stai andando in un luogo vero, che sia piccino piccino come Volterra o grande grande come Londra. Sempre mi chiedo come si possa viver lì, in the middle of nowhere. Spesso basta esserci nato e lavorarci. Un po' come nel mio caso. Ma certo l'umore cambia di parecchio nei luoghi veri.
domenica 6 novembre 2011
E in effetti
Perché poi ti viene sempre il dubbio di esagerare, di avere la sindrome da emulazione leopardiana del natio borgo selvaggio, di ricordarti male, quindi concedi ulteriori possibilità (essenzialmente per prendere il biglietto per "Colazione da Tiffany" già prenotato per telefono). Parcheggi a fatica, cammini prima nel buio, poi nella luce triste dei lampioni gialli; i fanali delle auto confortano, le serrande abbassate di tutti i negozi, bar compresi, rafforzano il convinto scuotimento di testa. Qualcuno c'è: è al telefono, altri guadaganano casa con il cartone della pizza, alcuni ragazzi sono seduti sul primo scalino del cinema.
Ti viene il dubbio di aver esagerato in passato e in effetti la memoria ti ha ingannato: la realtà, a soli duecento metri dal gioiellino della piazza, è ben più desolante dei ricordi già non esaltanti.
Speriamo nel Natale. Non rimane altro.
Via, via, rientrare alla svelta e tirare su il ponte levatoio. Nella testa la battuta di Joey Tribbiani: "Inside good, outside bad". E dire che Joey aveva New York outside.
Ti viene il dubbio di aver esagerato in passato e in effetti la memoria ti ha ingannato: la realtà, a soli duecento metri dal gioiellino della piazza, è ben più desolante dei ricordi già non esaltanti.
Speriamo nel Natale. Non rimane altro.
Via, via, rientrare alla svelta e tirare su il ponte levatoio. Nella testa la battuta di Joey Tribbiani: "Inside good, outside bad". E dire che Joey aveva New York outside.
lunedì 31 ottobre 2011
Speriamo
C'è poco da fare, ancora non ci viene bene. Ci siamo evoluti dal tempo della striscia in cui Linus scriveva la sua lettera al "grande cocomero", mentre si trovava chiaramente in un campo di zucche; ci siamo evoluti ma non più di tanto: ora, al posto delle zucche, illuminiamo le feste per i bambini con i lumini per i morti con l'immagine di S. Pio.
Almeno qui nei dintorni.
Speriamo nelle prossime generazioni.
sabato 8 ottobre 2011
Correlativi oggettivi
Dal 28 agosto fino a ieri, 7 ottobre, ogni giorno ho celebrato l'ultima giornata d'estate di questa never ending summer, che solo a tratti mi é dispiaciuta. Ho avvertito l'eccesso solo in due occasioni: la prima volta quando mi sono ritrovata all'aeroporto di Pisa con stivali, felpa, giacca lunga di pelle e 37° C; la seconda quando l'effetto serra delle finestre con sole battente unito all'effetto bue e asinello ha reso intollerabili le aule del secondo piano. Ma l'ho apprezzata lo stesso.
Ho scelto con particolare cura gli abiti, perché sarebbe forse stato quello l'ultimo giorno della stagione in cui poterli mettere; con altrettanto consapevole autocompiacimento ho indossato i completini estivi per giocare a tennis. Ho sempre trovato l'energia per alzarmi anche presto, uscire, andare a Firenze per visitare mostre, sedermi sulla coda del drago nel giardino dell'Orticoltura e mangiare, come omggio alla mia città, un gelato "chocolate fudge brownie" di Ben and Jerry (che laggiù avrei disdegnato); per camminare e fotografare Firenze e i suoi ponti. Ho indossato in casa e fuori casa le ciabattine leggere a quadrettini rossi, le uniche infradito che sia mai riuscita a portare.
Fino ad oggi.
Da ieri mi sto arrendendo alla necessità dell'autunno. Ma sbuffo.
Tanto il mio autunno l'ho già avuto ed era perfetto, perché in casa era caldo ed è per questo che avevo comprato le ciabattine a quadrettini rossi, perché i cieli erano meravigliosi e seduti al sole sulla chaise longue a righe bianche e verdi si aveva la sensazione di vivere il momento perfetto.
Lo ammetto: mi piacciono le stagioni, non vorrei abitare in uno di quei posti dove per tutto l'anno c'è sempre un sole stampato e la stessa temperatura. Voglio i nuvoloni neri e gonfi, i cieli multicolori, le sciarpe e, se vivessi in una città civile munita di sale e spalaneve, vorrei persino, una volta l'anno, anche la neve. Quindi, in definitiva, non chiedevo tanto, solo un'estate che durasse fino al 31 di ottobre, che dal 1° di novembre mi accendono il riscaldamento centralizzato.
E invece no, nemmeno l'effetto serra ha potuto tanto. E in queste case, infuocate o fredde, per coccolarmi fino all'ultimo il correlativo oggettivo della never ending summer - le ciabattine a quadrettini rossi - mi son già buscata il raffreddore.
lunedì 1 agosto 2011
18
La valigia nera, quella alta, grande, che già a guardarla dà soddisfazione, quella che a New York scoppiava e di sicuro era oltre i 20 kg con Mummy la mummia e il gomitolo di protezione intorno, la valigia nera stavolta è persino concava eppure minaccia 18 kg. Ma è l'unico dettaglio (oltre all'anatema ufficiale ciclico, nel conto).
Si torna a casa.
Finalmente.
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venerdì 29 luglio 2011
Presto
Il programma di ripristino del bioritmo comune (non naturale) procede a rilento. E' che questa città pare dormire anche quando è sveglia, all'una di giorno giù quasi tutti i bandoni e il tempo autunnale con quella sua luce perfetta, è ideale per leggere "Much Ado", girare per la casa, aprire cassetti e pensare: "Lo porto. No, non lo porto. Dovrei?", aumentare le pile precise (per una volta) di indumenti e oggetti sopra la bandiera dispiegata apposta sul letto. Manca poco e manca troppo. Se manca poco, va comunque bene. E' il tempo giusto per perdersi nelle cartine, nei progetti, nelle liste, nelle stampe e soprattutto non lasciarsi intristire da niente. Quasi tutto è meno importante. Chi è intorno lo sa, lo vede ed è indulgente.
In aprile sveglia alle 6.30, colazione alle 7 e via: per alzarsi presto (ed affrontare il freddo oltrettutto), ci devono essere ragioni di ferro, anzi d'acciaio. Ad aprile intorno c'era il tutto, il troppo pieno, casa. Nei giorni scorsi mi è persino venuto di mente di alzarmi presto (qualche volta e senza svegliare i compagni di vita e d'avventura) per andare a correre nel parco, per un minuto e mezzo - s'intende -, poi sedersi, fotografare, leggere, sorridere, assaporare compiaciuta il momento, il luogo, lo smog.
Quindi, ho aggiunto la tuta sulla bandiera.
martedì 19 luglio 2011
Volte
Finalmente un cielo per cui valga la pena alzare gli occhi: vario, corposo, mimaccioso, intrigante, complicato, sinuoso, turneriano e anche un po' voltemortiano.
Contrattacco
Basta. I primi giorni il profumo di bombolone appena sfornato è stata una dolce sorpresa notturna. Dopo quindici giorni ero pronta a bussare al forno sotto casa, in pigiama, così ieri son passata al contrattacco. La sera mi son trovata di fronte una buona pasticceria quasi per caso, ho cercato quella che si ostinano a chiamarmi ciambella e me la son comprata. Ho mangiato di gusto metà bombolone subito e metà con un sorriso beffardo di somma soddisfazione al sopraggiungere dell'infingardo profumo.
Il problema è che stanotte sarò di nuovo punto e a capo.
Il problema è che stanotte sarò di nuovo punto e a capo.
lunedì 18 luglio 2011
Una
Ultimamente (sempre) sono una si commuove facilmente e - ho l'impressione - che talvolta si autocompiace della propria commozione. Non è un pregio oltre un certo limite. Nel personaggio non precario del passato la lacrima facile cominciò ad infastidirmi, probabilmente anche perché associata alla passività o alla resistenza passiva, che - credo, penso, spero - non mi appartiene.
Sarà che ho dovuto salutare le piccole grandi persone con cui ho condiviso tre anni: piangevano loro, figuriamoci io; ho visto poi un piccolo grande eroe stringere i denti, affrontare le tragedie vere, quelle non virtuali, quelle che fanno male davvero e possono uccidere e superare un anno e un esame a pieni voti. Ma mi commuovo anche per meno. M'hanno proiettato l'ultimo Harry Potter e giù a piangere da metà film. Non per il non capolavoro cinematografico, s'intende; per la storia, per una parte di vita che si chiude. Poi ci sarebbero i libri (l'ultimo capitolo de Il signore degli anelli), i film e i telefilm a pianto sicuro (The notebook, l'ultima puntata della terza serie di Gilmore Girls, l'ultima puntata di Dawson Creek). E poi c'è una sera in cui vai a Quarrata ad ascoltare un saggio di fine anno di piccoli musicisti e dopo un "YMCA" e una marcia trionfale dell'Aida (in questo esatto ordine), tutti i musici e i coristi si riuniscono sul palco, entra uno dei ragazzi più grandi con bandiera tricolore apprezzabilmente ampia, sale su un cubo e inizia ad agitare il vessillo; i fiati attaccanno l'inno di Mameli e tutta la platea in maniera spontanea si alza e si unisce, (alcuni) con la mano sul cuore. Io, naturalmente, canto e lacrimo. Mi fa un po' rabbia quest'amor di patria riscoperto solo ora, per caso, per una volta senza i mondiali di calcio a tiro di pallone, eppure cedo comunque ad una lacrima. Una, eh.
In ogni caso sono sempre lacrime di commozione. Per tutto il resto del tempo l'imperativo morale è ridere di gusto il più possibile, benché non sempre mi riesca.
giovedì 14 luglio 2011
Harry Potter: l'afa lo uccide
Ecco, quella nella foto sarebbe stata la situazione ideale stasera per la prima dell'ultimo Harry Potter: ai 18 gradi torinesi delle 21, sulle meravigliose poltrone/lettini della Mole Antonelliana. Non è esattamente andata così. Anzi non è andata proprio.
E ne son contenta.
Potevo forse aspettare domani? Non esiste. Le attese non fanno per me. E poi era l'ultima prima e ci volevo essere, visto che non ero (solo per causa di forza maggiore) tra i matti accampati sulle pietre di Trafalgar mercoledì e giovedì scorso. Comunque, all'ombra dei 32 gradi delle 20.45 sono partita da casa con un misto di allegria, agitazione, malinconia: già è stato durissimo congedarsi dai libri. Ho letto, apprezzato, sottolineato le pagine, le parole; ho commentato, ho messo gli asterischi, ho cerchiato in rosso le orrende traduzioni con i pronomi relativi a caso; ho sorriso, ho riso, ho trepidato, ho sofferto, ho pianto e alla fine, quando sono proprio arrivata in fondo all'ultimo capitolo e all'ultimo rigo (letti prima, come sempre), mi sono consolata al pensiero dei libri in originale e dei film.
Andare a a vedere l'ultimo film è un piacere, un'emozione e una sofferenza, un altro congedo necessario da Harry, che ormai quasi trentunenne conduce una vita tranquilla in qualche parte dell'Inghilterra.
E invece, c'è stato l'ennesimo colpo di scena.
"Un guasto grosso - spiega l'addetta ai biglietti -, la proiezione del pomeriggio è stata bruttissima. Salta la luce. E' troppo caldo. Il tecnico sta lavorando, ma non sappiamo come finirà." Funzionano solo le altre due sale: nella 2 c'è Trasformers, nella 3 Harry non in tre D, già iniziato. Dopo un quarto d'ora pare tutto risolto e la folla di potteriani doc - giovani, meno giovani, vecchi, bambini - sale ad ampie falcate le scale della sala 1 armata di gelato e acqua. La solita pubblicità, poi finalmente il logo uncinato della Warner B. e uno spontaneo applauso da parte di tutta la sala. Ecco Ron e, sì, c'è anche Harry e soprattutto c'è il fratello maggiore Weasley, Bill (un fantastico Domhnall Gleeson), che compare in un numero troppo davvero troppo ridotto di scene, ed ecco Snape/Piton sempre più Renato Zero dei noiartri.
Ron e Bill a parte, anche la storia e il film mi rapiscono: rido, apprezzo, scuoto la testa per le innovazioni, sono tentata di unirmi all'applauso della sala per il primo bacio di Ron ed Hermione, piango (sempre anche per la consapevolezza che comunque qualcosa di bello sta finendo), quando sul più bello, mentre Harry entra nella foresta proibita e io lacrimo oltremodo ridicola con gli occhiali da 3d sopra i miei, quando, appunto, scompare lo schermo, si spenge l'aria condizionata e si accendono le luci d'emergenza. Dal nulla un caldo soffocante, gente che si precipita fuori sala a comprare l'acqua, altri che chiedono. "Troppo caldo" è la risposta. Per un sovraccarico di energia, è saltata la luce - di nuovo - in tutto il cinema. I tecnici dell'Enel, avvertiti, non intendono scomodarsi prima di domani, pare. Attendo nell'afa sempre più opprimente. Offrono di firmare i biglietti da utilizzare per una nuova proiezione nei prossimi giorni. E io risorgo. Niente più congedo definitivo stasera. Per me l'ultimo Harry Potter ancora non è finito. E' sempre lì ai margini della foresta proibita. Almeno fino a domani sera.
A meno che l'afa non lo inchiodi ancora lì, di nuovo. Laddove Voldemort ha fallito, l'afa ha trionfato.
martedì 12 luglio 2011
Tra le tre e le quattro e mezzo
In queste notti tra le tre e le quattro e mezzo s'intrufola deciso dalla finestra di camera il profumo intenso di bomboloni caldi.
Prima o poi scendo anche in pigiama e ciabatte, mi affaccio dentro il laboratorio, cercando di non spaventare il panificatore/pasticciere, e pretendo, chiedo, imploro un bombolone appena sfornato.
Che poi - non capisco - non ricordo bomboloni tra le paste di quel panificio; forse anche in inverno se li mangiano tutti i vicini nottetempo o subito all'apertura, forse mi incanta il mero profumo delle paste appena sfornate che per me è comunque e sempre il bombolone fritto, gettato nello zucchero e mangiato ancora bollente a Badia, durante la festa. Il bombolone vero - sia chiaro - quello col buco senza ripieno, quello che sa di pasta burrosa e di zucchero, che sa di buono - qualsiasi cosa ci sia in quell'impasto. Oppure è la frittura a rendere un semplice impasto di farina, acqua e qualcos'altro, un profumo e un sapore inchiodati nel palato e nella memoria da sempre. Francamente lo ignoro. Per me il cibo nasce già pronto. Comunque, un po' di burro ci deve pur essere in quel profumo/sapore diabolico. C'è il burro in tutto ciò che più mi piace: nelle paste di Paul, in quelle dei paesini dispersi sulle Dolomiti, in quelle di Berlino, persino nelle "macine" del Mulino Bianco. Quindi, per deduzione anche nei bomboloni della mia memoria e in quelli ( per me virtuali) del mio vicino panettiere/pasticciere ci deve essere il burro.
Non m'intendo di cucina, m'intendo di film e di poco altro, quindi tendo a fidarmi di Julie Powell in Julie & Julia:
"Fatemelo dire: c'è niente di meglio del burro? Pensateci, quando assaggiate qualcosa di squisito e dite: "Ma cosa è?". La risposta è quasi sempre: "Il burro". Se un meteorite si dirigesse verso la terra e avessimo solo trenta giorni da vivere, li passerei mangiando burro. La mia ultima parola sull'argomento: il burro non è mai troppo."
E nemmeno i bomboloni, soprattutto il profumo, la fragranza del bombolone tra le tre e quattro e mezzo nel silenzio della notte di luglio (perché ad agosto il panettiere se ne va in vacanza).
Prima o poi scendo anche in pigiama e ciabatte, mi affaccio dentro il laboratorio, cercando di non spaventare il panificatore/pasticciere, e pretendo, chiedo, imploro un bombolone appena sfornato.
Che poi - non capisco - non ricordo bomboloni tra le paste di quel panificio; forse anche in inverno se li mangiano tutti i vicini nottetempo o subito all'apertura, forse mi incanta il mero profumo delle paste appena sfornate che per me è comunque e sempre il bombolone fritto, gettato nello zucchero e mangiato ancora bollente a Badia, durante la festa. Il bombolone vero - sia chiaro - quello col buco senza ripieno, quello che sa di pasta burrosa e di zucchero, che sa di buono - qualsiasi cosa ci sia in quell'impasto. Oppure è la frittura a rendere un semplice impasto di farina, acqua e qualcos'altro, un profumo e un sapore inchiodati nel palato e nella memoria da sempre. Francamente lo ignoro. Per me il cibo nasce già pronto. Comunque, un po' di burro ci deve pur essere in quel profumo/sapore diabolico. C'è il burro in tutto ciò che più mi piace: nelle paste di Paul, in quelle dei paesini dispersi sulle Dolomiti, in quelle di Berlino, persino nelle "macine" del Mulino Bianco. Quindi, per deduzione anche nei bomboloni della mia memoria e in quelli ( per me virtuali) del mio vicino panettiere/pasticciere ci deve essere il burro.
Non m'intendo di cucina, m'intendo di film e di poco altro, quindi tendo a fidarmi di Julie Powell in Julie & Julia:
"Fatemelo dire: c'è niente di meglio del burro? Pensateci, quando assaggiate qualcosa di squisito e dite: "Ma cosa è?". La risposta è quasi sempre: "Il burro". Se un meteorite si dirigesse verso la terra e avessimo solo trenta giorni da vivere, li passerei mangiando burro. La mia ultima parola sull'argomento: il burro non è mai troppo."
E nemmeno i bomboloni, soprattutto il profumo, la fragranza del bombolone tra le tre e quattro e mezzo nel silenzio della notte di luglio (perché ad agosto il panettiere se ne va in vacanza).
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