domenica 10 gennaio 2010

Un'altra settimana

Mi concedo ancora una settimana di Natale, perché dovrei privarmene, in fondo? E poi l'ultimo dei regali, gli ultimi Harry Potter, non poteva, non potevano essere scartati senza le luci dell'albero. Prima o poi sarò pronta a dichiarare temporaneamente terminato il Natale, a riporre le decorazioni, ciò naturalmente solo per non rinunciare alla soddisfazione di toglierle di nuovo dagli scatoloni nel prossimo novembre.

Till Fellner

Passa da Pistoia un pianista classico di fama internazionale e non si può non andare. A Pistoia arriva poco o niente, come passa, fa scalo, si riposa qualcuno o qualche evento, si è in qualche modo obbligati ad andare, perché, certo, quel qualcosa o qualcuno ti interessano, perché quello c'è, perché non omaggiarlo sembrerebbe quasi un assecondare il quasi niente che di solito impera, perché ci tieni ad evitare una figura vergognosa alla tua città; come nel dicembre 2008, quando al concerto di Danilo Rea il teatro era quasi deserto.
Stavolta invece, certo avendo relegato Till Fellner nel convento di S. Domenico con un duecento posti appena (se ci sono), la figura è evitata. Till è perfetto, teutonicamente perfetto, nel suo Beethoven; persino bello, il che non guasta mai; forse, se fosse stato presentato da uno degli organizzatori, sarebbe risultato un po' meno teutonico e lontano. Sorride, è educatissimo, accenna inchini più e più volte, percorre la sala, esce dalla porta principale e poi rientra per prendersi tutti gli applausi che merita (visto che non esistono sipario o quinte). E' timido ed educato, nessuno gli offre un microfono per ringraziare anche soltanto in inglese, non ci sono microfoni in giro, se non quello per il pianoforte, quindi, dopo i ripetuti applausi e il bis, tra sorrisi e inchini, silenziosamente se ne va.
Speriamo che torni, ecco. Io non tornerei, dal momento che, come alternative nella mia agenda, ho Vienna, Londra, Toronto, Tokio, il Mostly Mozart Festival di New York (proprio quello delle felpe di Bruno Martelli in Fame).

venerdì 8 gennaio 2010

8 gennaio, note

Rientrare a casa dopo una giornata piena pigiata compressa, per quanto trascorsa a più riprese sotto l'affascinante (senza ironia) monsone, accendere l'albero e il presepe con grande consapevole soddisfazione, buttarsi sul divano pregustando la meritata dose di Gilmore girls, realizzare che la sorte è pronta a regalarti anche una puntata di Brothers and sisters, rammentarsi che, dalla mattina, nella borsa verde, sepolto sotto fogli, foglietti, libri, compiti c'è un pacchettino con il penultimo regalo di Natale, aprirlo, sorridere al pinguino con la sciarpa, leggere il biglietto, sorridere di nuovo. Gongolare perché Natale non è ancora finito. Annoverare la presente come una buona giornata.

martedì 5 gennaio 2010

Watson and Sherlock/3

Poiché non avevo ancora compreso bene tutte le battute e poiché non si lascia un'amica da sola nel momento del bisogno, sono tornata nuovamente al cinema per riguardare (bene) Sherlock Holmes. Devo riconoscere che il ripasso ci voleva. Sale però di visione in visione il livello di insofferenza per la versione doppiata: Jude è la sua voce semirauca.

domenica 3 gennaio 2010

Carole King, Where you lead


In questa giornata parecchio impegnata (ma un po' di sana levità ci vuole), ormai completamente catturata dalla VII serie di Gilmore girls, ho scoperto che la sigla è tratta da una canzone scritta e cantata da Carole King per la figlia nel 1971, interpretata poi anche dalla Streisand, infine incisa per serie tv dalla King con la figlia Louise. Per un'analfabeta musicale come me, son scoperte.

Poemi cavallereschi contemporanei

Nella mia (non solo la mia e ciò mi consola) mente malata, certi personaggi sono quasi reali. Sono cresciuta con La famiglia Bradford e lascio che una parte di me sia convinta che in una via di Sacramento l'ormai vecchio papà Tom sia sempre lì con Abby. Certi personaggi, per quanto virtuali, diventano e rimangono parte della tua vita, non puoi fare a meno di voler loro bene anche se sono degli idioti patentati ed impiegano anni a capire l'ovvio: tipo Joey che impiega sei serie prima di scegliere Pacey.
Una settimana fa a Bologna mi sono imbattuta, a buon prezzo, nella VII serie di Gilmore Girls, l'unica che mi mancava. Guardo oggi il primo episodio, conosco la storia a grandi tratti, per quanto la vita vera due anni fa mi avesse distratto. Lorelai ha lasciato Luke per validi ma non drammatici motivi, si consola con Chris (che non rappresenta l'emblema della feccia umana) ma non le interessa più di tanto; Lorelai sta male come un cane, Luke la cerca, si scusa, lei risponde laconica: "I's over". Infine, Luke si presenta da lei una mattina con il noto camioncino colmo di bagagli, si scusa nuovamente, le dice: "Non voglio più aspettare. Sono qui. Ho appena fatto il pieno, ho prenotato un paio di Bed and Breakfast nel Maryland. Se non ti va bene il Maryland, non dobbiamo andarci per forza. Ho la roba da campeggio, se magari preferisci il Vermont o il Maine, oppure possiamo andarcene ad Atlantic City o a Las Vegas. Ho chiesto informazioni, possiamo anche prendere una barca a noleggio, sempre se ti va, e risalire la costa. Non lascerò che finisca. Partiamo adesso, andiamo e sposiamoci." E lei ferma, pur patendo, replica: "I slept with Christofer". Il buon vecchio Luke tace e se va. Comprensibilmente.
Ora, so bene che di personaggi tratti dalla penna o dai tasti di sceggiatori trattasi, mi rendo anche conto che dopo sei serie possa venir meno l'inventiva, ma come possono aver pensato gli sceneggiatori, come può aver concepito Lorelai di non partire subito all'istante con l'amore della sua vita, nonché di informarlo di una distrazione che, per sua stessa ammissione, non le interessa? Gli amici, anche quelli frutto della fantasia altrui, vanno compresi e aiutati quando sbagliano. Talvolta non è facile. Ecco. Anche quando sai che gli sceneggiatori provvederanno a risolavere la temporanea infermità mentale di Lorelai.

sabato 2 gennaio 2010

Watson e Sherlock/2


Chiedeva il mio babbo la scorsa settimana: "Non capisco, ma codesto film a Pistoia non c'è?"
In effetti, a Pistoia Sherlock Holmes c'era e c'è. Quindi, dopo averne degnamente celebrato la prima visione a Bologna in via Indipendenza (se non sbaglio) e aver festeggiato l'evento con cena a seguire dal Rosso con Gaia, stasera a a Pistoia son tornata a vederlo con Irene. Mai trovata in precedenza al Lux una sala più piena, ci siamo accaparrate gli ultimi due biglietti, finendo spalmate con testa reclinata all'indietro in seconda fila.

Anche alla seconda visione, anche inondata dalla luce bianca dello schermo, Jude e Robertino non perdono di smalto, sale solo il bisogno di ascoltare la voce semi-rauca di Jude e la soluzione inglese di Robertino. Ci sarà tempo.