"La storia non è magistra
di niente che ci riguardi"
Montale ha ragione. Sempre e comunque.
lunedì 20 giugno 2011
domenica 19 giugno 2011
Comunque
"La storia non è magistra
di niente che ci riguardi"
sostiene Eugenio il grande (Montale). E' quasi sempre vero per la grande storia, troppi gli errori comuni a tutte le generazioni. E' che ogni volta l'uomo riparte da zero, in troppi ignorano ciò che è stato e, appunto non conoscendo ciò che è stato (perché la storia non si studia e soprattutto non si capisce), tornano a cadere nelle medesime macroscopiche buche.
Per le piccole storie, le storie piccine di ogni giorno, se si è fortunati ci si affida a chi ci vuol bene, a chi ci ha visto nascere o a chi ci ha scelto; altre volte si impara a proprie spese, si offre il fianco se ne vale la pena e talvolta anche se non ne vale affatto.
Le ferite sulla carne e sull'anima scartavetrate ben bene dopo un po' si cicatrizzano, ma, certo, non scompaiono. La storia, la propria storia deve essere magistra di vita, siamo animali dotati di memoria e di intelligenza. Se poi, come me, si ha l'abitudine e il bisogno di affidarsi a protesi emotive di carta o digitali, dimenticare e non imparare diventa difficile.
Imparare è utile, però non fa la differenza.
E' più proficuo tornare nell'enclave nord europea a un passo dalla città, sul prato verde verde, dove l'anno scorso si è ballato sereni e felici a piedi nudi nel caldo di luglio, e sorridere e stare bene. Comunque.
di niente che ci riguardi"
sostiene Eugenio il grande (Montale). E' quasi sempre vero per la grande storia, troppi gli errori comuni a tutte le generazioni. E' che ogni volta l'uomo riparte da zero, in troppi ignorano ciò che è stato e, appunto non conoscendo ciò che è stato (perché la storia non si studia e soprattutto non si capisce), tornano a cadere nelle medesime macroscopiche buche.
Per le piccole storie, le storie piccine di ogni giorno, se si è fortunati ci si affida a chi ci vuol bene, a chi ci ha visto nascere o a chi ci ha scelto; altre volte si impara a proprie spese, si offre il fianco se ne vale la pena e talvolta anche se non ne vale affatto.
Le ferite sulla carne e sull'anima scartavetrate ben bene dopo un po' si cicatrizzano, ma, certo, non scompaiono. La storia, la propria storia deve essere magistra di vita, siamo animali dotati di memoria e di intelligenza. Se poi, come me, si ha l'abitudine e il bisogno di affidarsi a protesi emotive di carta o digitali, dimenticare e non imparare diventa difficile.
Imparare è utile, però non fa la differenza.
E' più proficuo tornare nell'enclave nord europea a un passo dalla città, sul prato verde verde, dove l'anno scorso si è ballato sereni e felici a piedi nudi nel caldo di luglio, e sorridere e stare bene. Comunque.
giovedì 2 giugno 2011
Due grandi

Un'accoppiata unica, storica, fantastica, imperdibile.
(Devo trovare questo film: me ne sono privata per troppo tempo)
martedì 31 maggio 2011
Urla e dintorni
Visto che tutti hanno il diritto di impazzire, allora ho provato a farlo anch'io. Ho urlato contro chi se lo meritava, ho urlato come una matta, volendo urlare e concentrando in quell'urlo la rabbia di giorni, di mesi, di anni, riversando sul malcapitato (meritevole del gesto, sia chiaro) un bisogno ancestrale di sfogo, dopo giorni, mesi, anni di eccessiva comprensione e toni pacati.
E ha funzionato, mi sono subito sentita molto meglio.
Ma non mi si parli di gesto inconsulto. I matti sanno benissimo ciò che fanno e ne godono assai mentre lo fanno. Io ero consapevole del mio urlo, l'ho visto arrivare, l'ho sentito, l'ho contemplato soddisfatta e l'ho visto riflesso nel volto allucinato del malcapitato.
E ha funzionato, mi sono subito sentita molto meglio.
Ma non mi si parli di gesto inconsulto. I matti sanno benissimo ciò che fanno e ne godono assai mentre lo fanno. Io ero consapevole del mio urlo, l'ho visto arrivare, l'ho sentito, l'ho contemplato soddisfatta e l'ho visto riflesso nel volto allucinato del malcapitato.
martedì 24 maggio 2011
Scacco matto
I matti hanno in pugno il mondo e lo tengono in scacco (matto).
Sbraitano, si agitano, prendono decisioni irrazionali, hanno e soprattutto potrebbero avere scatti inconsulti, pericolosi e allora tutti giù a comprendere, a provare pena, a convincere, a convincersi, a farsi convincere di dover provar pena, di dover soprassedere, di aver pazienza. Quando, a contrario, sono i matti gli unici davvero liberi di poter essere ciò che vogliono, chiusi forse nella loro maschera di follia ma liberi di tiranneggiare chiunque dovunque e comunque senza dover fornire spiegazioni, quelle, così come la comprensione, le lasciano agli sciocchi che si ostinano a pensare troppo, che si trattengono, che hanno (troppe) remore.
Inno, dunque, alla pazzia: vera astuta vincente tattica di vita.
Sbraitano, si agitano, prendono decisioni irrazionali, hanno e soprattutto potrebbero avere scatti inconsulti, pericolosi e allora tutti giù a comprendere, a provare pena, a convincere, a convincersi, a farsi convincere di dover provar pena, di dover soprassedere, di aver pazienza. Quando, a contrario, sono i matti gli unici davvero liberi di poter essere ciò che vogliono, chiusi forse nella loro maschera di follia ma liberi di tiranneggiare chiunque dovunque e comunque senza dover fornire spiegazioni, quelle, così come la comprensione, le lasciano agli sciocchi che si ostinano a pensare troppo, che si trattengono, che hanno (troppe) remore.
Inno, dunque, alla pazzia: vera astuta vincente tattica di vita.
domenica 22 maggio 2011
Le sere di maggio
Le sere di maggio calde, colorate, sorridenti, affollate, illuminate, compresse tra piante peudozanzara repellenti e vero condominio per vespe accoglienti riescono bene, tuttavia - credetemi - riescono ancora meglio staccando la spinta all'impianto stereo del palco ed eliminando atroci canti di quelli che - ti dicono - dovresti anche accompagnare (e che nessuno sano di mente mai accompagnerebbe) con le mani in alto che ondeggiano in cerca di qualcuno o di qualcosa che le liberi dalla musica che sta lentamente uccidendo il cervello che le obbliga muoversi.
lunedì 9 maggio 2011
D'in su i veroni del materno ostello
Malgrado si rivendichi da più parti la mia adozione, ho una bella famiglia e soprattutto un clan numeroso e godereccio. Da piccola mal sopportavo l'ennesimo matrimonio-comunione-cresima con i lunghi pranzi seduti. Pian piano però ci siamo evoluti: salto spesso le cerimonie, i pranzi non sono più solo seduti, i cuochi sono diventati sempre più raffinati, abbiamo inglobato nel clan anche rinomati gelatai e le cene sono diventate occasione per condividere luoghi e tempi della memoria, per fermarsi un attimo a contemplare la vita che scorre, bloccarla in una foto, in una cena, in una chiacchierata.
E ritrovarsi tutti insieme a Badia a Pacciana, luogo mitico della mia infanzia, dove tutto pare essere iniziato o almeno dove si perde l'albero genealogico del ramo pistoiese è un po' questo e un po' una puntata speciale di un telefilm tanto amato vent'anni dopo.
Badia non è nemmeno un paesimo, è una badia, un'abbazia circondata da vivai: un campanile, un chiostro, delle scale, un verone, quattro porte, un forno, il portichino circondati dal nulla, da minuscole strade tutte uguali con le fosse ai lati e i vivai intorno. Vivere lì per me sarebbe inconcepibile e, in effetti, non ho mai vissuto lì, non ho mai giocato nemmeno da piccola su quel verone, dove però la mia mamma e i miei zii hanno urlato, hanno riso, hanno pianto, sono stati bagnati dall'ennesima secchiata d'acqua della vicina intollerante ai bambini. E ogni anno, ad ogni settembre, in occasione della festa, in pellegrinaggio lì sono stata portata anch'io e ogni anno ho ascoltato i racconti dei giochi sul verone, del forno acceso a turno, dell'acqua che era a cento metri da casa, al portichino, della fortuna di avere il bagno in casa, della scuola accanto alla chiesa, della porta dove abitavano la bisnonna Bianca, la nonna Rosanna, lo zio Nardino e la zia Clara, dove la mia mamma veniva a farsi fare le trecce prima di andare a scuola.
Ieri mi sono regalata alla malinconia del ritrovarsi tutti grandi con i tavoli tondi nel centro del chiostro, a festeggiare due fortunati che stanno insieme da più di cinquant'anni, a tornare ad essere non io, ma a tratti "la figlia della Lori", a tratti "la nipote della Rosanna" e talvolta la professoressa dal nome impronunciabile che pare polacco: perché tutto il paese (con cui ho infinite relazioni di parentela che ignoro) naturalmente era lì con noi con l'abito della festa.
E ieri, di nuovo, le bambine con i fiocchi bianchi nei capelli e i boccoli hanno accompagnato tutte emozionate i loro bambini ormai parecchio cresciuti sotto il verone per il rito della novella dei tempi che furono.
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