I matti hanno in pugno il mondo e lo tengono in scacco (matto).
Sbraitano, si agitano, prendono decisioni irrazionali, hanno e soprattutto potrebbero avere scatti inconsulti, pericolosi e allora tutti giù a comprendere, a provare pena, a convincere, a convincersi, a farsi convincere di dover provar pena, di dover soprassedere, di aver pazienza. Quando, a contrario, sono i matti gli unici davvero liberi di poter essere ciò che vogliono, chiusi forse nella loro maschera di follia ma liberi di tiranneggiare chiunque dovunque e comunque senza dover fornire spiegazioni, quelle, così come la comprensione, le lasciano agli sciocchi che si ostinano a pensare troppo, che si trattengono, che hanno (troppe) remore.
Inno, dunque, alla pazzia: vera astuta vincente tattica di vita.
martedì 24 maggio 2011
domenica 22 maggio 2011
Le sere di maggio
Le sere di maggio calde, colorate, sorridenti, affollate, illuminate, compresse tra piante peudozanzara repellenti e vero condominio per vespe accoglienti riescono bene, tuttavia - credetemi - riescono ancora meglio staccando la spinta all'impianto stereo del palco ed eliminando atroci canti di quelli che - ti dicono - dovresti anche accompagnare (e che nessuno sano di mente mai accompagnerebbe) con le mani in alto che ondeggiano in cerca di qualcuno o di qualcosa che le liberi dalla musica che sta lentamente uccidendo il cervello che le obbliga muoversi.
lunedì 9 maggio 2011
D'in su i veroni del materno ostello
Malgrado si rivendichi da più parti la mia adozione, ho una bella famiglia e soprattutto un clan numeroso e godereccio. Da piccola mal sopportavo l'ennesimo matrimonio-comunione-cresima con i lunghi pranzi seduti. Pian piano però ci siamo evoluti: salto spesso le cerimonie, i pranzi non sono più solo seduti, i cuochi sono diventati sempre più raffinati, abbiamo inglobato nel clan anche rinomati gelatai e le cene sono diventate occasione per condividere luoghi e tempi della memoria, per fermarsi un attimo a contemplare la vita che scorre, bloccarla in una foto, in una cena, in una chiacchierata.
E ritrovarsi tutti insieme a Badia a Pacciana, luogo mitico della mia infanzia, dove tutto pare essere iniziato o almeno dove si perde l'albero genealogico del ramo pistoiese è un po' questo e un po' una puntata speciale di un telefilm tanto amato vent'anni dopo.
Badia non è nemmeno un paesimo, è una badia, un'abbazia circondata da vivai: un campanile, un chiostro, delle scale, un verone, quattro porte, un forno, il portichino circondati dal nulla, da minuscole strade tutte uguali con le fosse ai lati e i vivai intorno. Vivere lì per me sarebbe inconcepibile e, in effetti, non ho mai vissuto lì, non ho mai giocato nemmeno da piccola su quel verone, dove però la mia mamma e i miei zii hanno urlato, hanno riso, hanno pianto, sono stati bagnati dall'ennesima secchiata d'acqua della vicina intollerante ai bambini. E ogni anno, ad ogni settembre, in occasione della festa, in pellegrinaggio lì sono stata portata anch'io e ogni anno ho ascoltato i racconti dei giochi sul verone, del forno acceso a turno, dell'acqua che era a cento metri da casa, al portichino, della fortuna di avere il bagno in casa, della scuola accanto alla chiesa, della porta dove abitavano la bisnonna Bianca, la nonna Rosanna, lo zio Nardino e la zia Clara, dove la mia mamma veniva a farsi fare le trecce prima di andare a scuola.
Ieri mi sono regalata alla malinconia del ritrovarsi tutti grandi con i tavoli tondi nel centro del chiostro, a festeggiare due fortunati che stanno insieme da più di cinquant'anni, a tornare ad essere non io, ma a tratti "la figlia della Lori", a tratti "la nipote della Rosanna" e talvolta la professoressa dal nome impronunciabile che pare polacco: perché tutto il paese (con cui ho infinite relazioni di parentela che ignoro) naturalmente era lì con noi con l'abito della festa.
E ieri, di nuovo, le bambine con i fiocchi bianchi nei capelli e i boccoli hanno accompagnato tutte emozionate i loro bambini ormai parecchio cresciuti sotto il verone per il rito della novella dei tempi che furono.
domenica 1 maggio 2011
Quanto
Anche quest'anno niente colazione in Palazzo Vecchio alle sei. Prima o poi mi riuscirà, spero. Ho già preso accordi per la Notte Bianca del 2012 - son persona previdente, io - e faccio affidamento sulle paste ancora calde ordinate da Matteo.
Quanto ai treni, c'è invece solo da sperare e da munirsi di biglietto regionale con largo anticipo. A Pistoia, infatti, non si fanno biglietti dopo le 20 e le macchine addette all'emissione elettronica non funzionano; corri a Prato e provvedi, non volendo, per punto preso, regalare alle ferrovie 5 euro di maggiorazione sul biglietto su un totale di 6. Naturalmente il treno delle 00.25 da Santa Maria Novella arriva all'una e venticinque tra applausi, fischi e diti medi alzati.
A dieci giorni dal rientro da Londra, il paragone si impone devastante. Come sempre.
mercoledì 27 aprile 2011
Metti la cera, togli la cera
Proud to be part of London 2012, almeno finché potrò, finché non mi escluderanno.
Vogliono persone motivate? Eccomi.
Sono motivata da una vita per i giochi olimpici e per Londra.
Non mi tiro indietro. Cadrò comunque in piedi, con l'onore delle armi, sfoderando un sorriso convinto. Rincorrere un sogno, pur nella consapevolezza dei limiti, fa bene all'anima; alla mia certamente.
Mai avrei pensato, riempiendo l'application form che mi avrebbero dedicato mezz'ora di intervista telefonica in qualità di aspirante game maker volunteer. L'hanno probabilmente concessa a tutti i 70000 aspiranti: il fatto non rileva. L'hanno concessa anche a me e tanto mi basta per essere felice oggi. Là, in un ufficio a Canary Wharf, in mezzo alla scenografia di "Blade Runner", hanno chiamato me, che ero in Trafalgar Square a sventolare quattro bandiere nell'agosto del 2008, nel pomeriggio del passaggio del testimone da Pechino; me, che nel settembre 2008 già ero nella mailing list dei volontari; me, che credo davvero nello spirito olimpico e che ogni volta mi commuovo alle cerimonie di apertura; me, che oggi ho continuato a fissare il cellulare finché non ha suonato alle 15.31; me, che non credevo di essere in grado di sostenere una conversazione in inglese e invece me la sono cavata dignitosamente; me, cui l'intervistatore ha scandito ben bene le parole; me, cui l'intervistatore ha perdonato pronuncia e grammatica; me, che stasera sono orgogliosa di me stessa.
domenica 17 aprile 2011
Fa
Preparare una valigia fa bene, issare in spalla lo zaino blu fa bene, anche se dentro ci sono le schede sanitarie di tutti, le guide, l'universo mondo e la spalla ne porta ancora le stigmate. Partire fa bene, anche se hai l'ansia da controllo, anche se sei morta di sonno (e appena puoi, in effetti, crolli tramortita), anche se si deve partire prima dell'alba alla luce dell'edicola con i giornali freschi ancora impacchettati da caricare sul bus, anche se la palude stigia si insinua sorda ma tenace nelle telefonate. Partire fa bene, soprattutto con le persone giuste. E quest'anno con me c'erano e ci saranno solo le persone giuste. Entrare nel primo senato del Regno e commuoversi fa bene; inventare rap fa bene.
Accogliere viaggiatori, tutti in fila agitando le mani, fa bene, abbracciare chi ti conosce meglio di te stessa fa bene, fa bene vederla ridere e salire tonica e rapida su per lo scalone di S. Andrea.
Camminare, camminare, camminare e poi correre dietro una pallina gialla fa bene.
Appoggiarsi alla sedie, ignorare il mal di testa martellante, guardare il sole dell'ultimo giorno, condividere sorrisi e desideri di fuga, scrutare l'orologio regala l'orgoglio di chi è sopravvissuto al buco nero che tutto risucchia.
Londra fa bene. Il solo pensiero di Londra fa bene. E allora arrivederci al mondo, alla palude stigia e ai suoi sorrisi irrinunciabili. Torno a Casa.
sabato 16 aprile 2011
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