giovedì 2 febbraio 2012
Si guarda
Finalmente The Artist: mi aspettavo qualcosa in più, viste le critiche. Non è un capolavoro, ma si guarda (una volta). Un po' a metà tra Singin' in the Rain, senza sfiorarne la grandezza (e senza le coreografie e il genio di Gene Kelly) e An affaire to remember senza Cary Grant. E' ben girato, ben fotografato, ben musicato, con un canino fantastico che avrebbe meritato la candidatura ai prestigiosi premi più degli attori. Ha un tip tap (il film, non il cane) un po' troppo d'impeto che non è paragonabile con quello dei grandi del passato, né con quello dei ballerini di Crazy for you. Rimane che basta che un film preveda scene di tip tap per non farmi pentire di aver affrontato il gelido freddo.
mercoledì 1 febbraio 2012
Avviso
Chiariamoci: per stasera e solo per stasera posso concedere un moderato "Let it snow": che nevichi, faccia fare le foto, dia l'idea dell'incanto, regali a pochi fortunati una giornata rannicchiati sul divano con copertina preferita annessa. Poi via veloce e ciao. Tanti saluti. Piacere d'averla vista. E poi non rivista.
Mi pare d'aver concesso già abbastanza perché una parte di me è di buon umore (l'unica soggetta a modulazioni positive in questo periodo). Se per caso la bufera mi spenge la luce o peggio la caldaia, o limita la parabola, mi si stia alla larga, che è meglio.
mercoledì 25 gennaio 2012
La mia squadra

Le nominations per gli Oscar 2012 prevedono Kenneth Branagh come miglior attore non protagonista per "My week with Marylin"; miglior film, regia e sceneggiatura per "Midnight in Paris" e tanto mi basta. Ancora "The Artist" mi manca, ma per stima e affetto incondizionati Kenneth e Woody rimangono la mia squadra.
domenica 22 gennaio 2012
Tre e tre
Tre spettacoli ho seguito ad inizio anno, tre spettacoli uno più eccezionale dell'altro.
"Crazy for you" era una seconda visione dopo l'incanto di una sera d'estate in una cornice da favola con tanto di volpe nei dintorni; anche con tanto di elicottero e sirene della polizia, ma questa è un'altra storia. Tip, tap; le canzoni di George e Ira Gershwin; un novello Gene Kelly col suo stesso sorriso, attori, cantanti e ballerini fantastici; tante ballerine che facevano battere le manine alla Giulia, le facevano ridere gli occhi per la felicità e rimanere a bocca aperta per la sorpresa. Quella gioia, quelle emozioni forti, quel pianto in taxi perché un cosa così bella era finita non li dimenticherò mai. E quindi sono tornata a vedere "Crazy for you" ad inizio anno nella cornice meno fiabesca di un teatro al chiuso, ma l'emozione è stata la stessa. Alla fine come uomini e donne qualunque, tutti uscivano dalla porta secondaria del teatro come se niente fosse, perché per loro creare lo straordinario è ordinario: se ne sono andati alla spicciolata, i musicisti con lo strumento sulla spalla. Fra gli attori, qualcuno ha aspettato il compagno di lavoro per finire la serata insieme, altri si sono salutati con "nighty, night", qualcuno si è fermato a parlare con me delle differenze tra l'allestimento all'aperto e quello al chiuso, dei tempi di preparazione.
Il giorno dopo, appena a qualche centinaio di metri di distanza, un attore e uno scrittore molto più conosciuto, Simon Callow, elargiva il suo regalo di Natale alla città: raccontava al suo pubblico, come un aedo o un bardo d'altri tempi, "A Christmas Carol". Da solo, con un cappotto, sette sedie, una tenda, pochi e perfetti effetti scenici e sonori, Callow ha reso l'incanto di Dickens, mutuandone i più diversi registri dal comico al drammatico, senza mai sbagliare, senza mai un'incertezza, uno sguardo inadeguato, senza mai nemmeno tentare di tamponarsi il volto madido. Un'ora e un quarto di pura magia. Perché l'ha fatto? Perché ha deciso di sottoporsi per un mese a sei spettacoli la settimana che sono di fatto un tour de force fisico molto pesante anche per un attore ben più giovane di lui? Non credo per denaro, perché non penso ne abbia bisogno; né per visibilità, per la stessa ragione; né certamente per noia. Lo ha fatto perché evidentemente ha scelto bene il suo mestiere e, al di là dello sforzo fisico, si nutre della stessa magia che regala allo spettatore.
La terza sera, per festeggiare una nuova patente, abbiamo assistito al musical "Matilda", ispirato al testo di Roald Dahl, tanto amato da piccola dalla mia giovane amica. Non posso dire che lo spettacolo mi abbia emozionato come gli altri due, ma non è stato meno grandioso. Pare incredibile che una bambina di dieci anni riesca a reggere uno show di due ore in cui è quasi sempre sul palcoscenico interpretando con grande spontaneità e bravura sia le battute che le canzoni, per non parlare dell'eccezionalità, della coordinazione incredibile dell'intera compagnia di adulti e bambini, dell'orchesta senza dimenticare i tecnici delle luci. Mentre scendevamo le scale del teatro, come sempre, c'era quel miscuglio fantastico di allegria, di appagamento e di malinconia per la fine di qualcosa di perfetto.
Tre spettacoli ho seguito al teatro "Manzoni" di Pistoia dall'inizio della stagione, nessuno che mi abbia entusiasmato: il primo era appena piacevole, il secondo era inguardabile e inascoltabile, nel terzo si guardavano solo Santamaria e Nigro.
Non sempre è così: l'anno scorso c'è stato un grande "Romeo e Giulietta" con giovani attori, un "Un marito ideale" molto buono; due anni fa un ottimo "La parola ai giurati". Comunque finora siamo a tre contro tre. D'altra parte l'eccezionalità è tale proprio perché si erge sul mare infinito dell'ordinario e ti fa venire la pelle d'oca, ti fa emozionare, ti fa sentire felice di essere viva in quel momento, di essere parte come spettatore di un evento incredibile che non puoi fermare e catturare, tenere e riguardare a piacimento come un libro o un film. E' teatro.
sabato 31 dicembre 2011
La luce negli occhi e l'apple crumble col tè
Sempre negli occhi e nelle papille gustative la pretenziosità vuota della latrice del finto cheesecake, ieri ho deciso di provare il piccolo laboratorio artigianale di pasticceria La dolce peonia. Dalle foto e dai commenti via socialcoso pareva un luogo interessante, vivo, originale, poco pistoiese; mi aspettava un tè di quasi fine anno intorno all'albero nella casina delle fate e ho deciso di provare. Un negozio piccino piccino ma curato e amato con un volto gentile e sorridente, che mi ha suggerito i biscotti perfetti da abbinare al tè. In mostra, tra tante squisitezze, qualcosa che somigliava al mio apple crumble, perché era un crumble con il burro, la crust sbriciolata croccante e la cannella. Come da questi e da altri ingredienti venga fuori quella meraviglia del crumble de "La dolce peonia" non so, mi limito a mangiarlo e a condividerlo. Nella mia mente gli ingredienti si mescolano quasi per magia, più o meno come Mrs Weasley che armeggia in cucina con la bacchetta.
Nei negozi dove ti servono con il sorriso e con la luce negli occhi si torna volentieri. E se ne scrive altrettanto volentieri.
venerdì 30 dicembre 2011
Cheesecake e paresi facciali tristi
Nella foto uno dei cheesecake più squisiti che abbia mai assaggiato. In quel ristorante, quando il cameriere ha chiesto, con una cortesia unica e con il sorriso, se tutto era a posto e con altrettanta serenità abbiamo ricordato che dovevano ancora arrivare le patatine fritte, il contorno dimenticato è giunto appena qualche minuto più tardi insieme alle scuse del direttore di sala che ci avvertiva di uno sconto per il disagio patito. Ecco, non sempre si è altrettanto fortunati. E non è una questione di di ristorante più o meno prestigioso, è una questione di educazione.
Se, tra i dolci nel menù, mi elenchi il cheesecake, io lo scelgo (errando). Se mi porti un dolce al formaggio con lo zucchero a velo sopra e un interno molliccio molto più simile alla torta mimosa che al cheesecake, che non ha il sapore né del limone mescolato alla panna e al formaggio, né della fragola, una superficie con qualcosa di marroncino non ben identificabile, non lo mangio e lo offro ai miei commensali, precisando che non è un cheesecake, come appare evidente dall'immagine.
Se poi proprio mi chiedi perché non ho mangiato il dolce, con lieve imbarazzo ma ferma convinzione ti rispondo: "Perché non è un cheesecake". A questo punto la "signora" ribadisce con maggiore ruvidità di quanto non avesse già dato prova durante le ordinazioni: "E' un cheesecake".
Mi sale l'irritazione e con tono pacato ma ancor più fermo ribatto: "No, non lo è. Non ha la consistenza del cheesecake".
E costei continua: "E' un cheesecake. C'è la ricetta su internet".
Trovandomi in una situazione non mia aggiungo: "Non dubito che abbia trovato questa ricetta sotto il nome di cheesecake, ma le assicuro questo non lo è".
"Non sarà il cheesecake di New York...", aggiunge senza concludere.
E qui mi impongo il rispetto per le persone che sono con me e ho pietà del caso umano che ho di fronte, a cui ho già permesso oltremodo di dare spettacolo di se stessa.
E non è questione di luogo: sebbene da queste parti non si brilli in percentuale quanto a cortesia, ci sono locali e negozi con ottime persone.
Non ho mai compreso la filosofia della paresi facciale triste sul lavoro, che funziona solo in questo Paese, peraltro. Altrove si verrebbe licenziati. Se anche per mestiere allo zoo togli la cacca nel reparto degli elefanti, sei tenuto a rispettare dal primo all'ultimo elefante, dalla prima all'ultima persona. Sei gentile per contratto, anche se non è sempre facile, anche se sei stanco e ferocemente preoccupato per altri sacrosanti motivi. Anche perché con la paresi facciale triste e la scortesia le ore di lavoro appariranno parecchio più lunghe e pesanti. Almeno la vedo così e ho intenzione di consolarmi presto con un vero cheesecake.
domenica 25 dicembre 2011
HP
Il perfido antagonista di James Stewart in "It's a Wonderful Life", Henry Potter, aleggiava nella mente della Rowling quando ha concepito "Harry Potter"? Spero di no. Anzi, l'idea mi disturba. Nome e cognome sono piuttosto comuni. Il Doug Ross di "E.R." è figlio certo del Doug Ross alleniano dottore fissato con le pecore in "About Sex* (*But Were Afraid to Ask)". La barca di Cary Grant "True Love" è la stessa di Pacey Witter, senza dubbio. Ma Henry Potter/Harry Potter è casuale o è una citazione voluta? Propendo (e spero) per il casuale.
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